Se fino a poco tempo fa a mettere in guardia sui rischi dell’intelligenza artificiale erano soprattutto scienziati, filosofi ed esperti di etica, oggi sono alcuni degli stessi protagonisti che hanno costruito i modelli più avanzati a chiedere maggiore prudenza.
Dario Amodei, cofondatore e CEO di Anthropic, chiede di rallentare lo sviluppo dei modelli per dedicare più tempo ai test e alla sicurezza. Sam Altman di OpenAI ed Elon Musk hanno manifestato preoccupazioni analoghe, mentre Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, propone una governance internazionale dell’AI affidata a un organismo indipendente. Queste posizioni arrivano mentre si moltiplicano i segnali di allarme. Durante alcuni test, agenti sperimentali avrebbero aggirato le barriere poste dai loro stessi sviluppatori e nascosto alcuni comportamenti. Amodei ha evocato uno scenario ancora più estremo: nel giro di 6-12 mesi uno sciame di agenti AI potrebbe essere in grado di prendere il controllo dell’intera Internet. Altri ricercatori hanno lasciato le aziende nelle quali lavoravano proprio per richiamare l’attenzione sui rischi legati allo sviluppo dell’AI.
C’è poi un tema geopolitico. Donald Trump non vuole fermare la corsa e dice chiaramente il perché: chi vince la corsa all’intelligenza artificiale conquista un vantaggio decisivo nella competizione globale. Nasce così un corto circuito. Da una parte Stati Uniti e Cina si contendono un primato tecnologico diventato parte della stessa potenza economica e politica; dall’altra molti dei protagonisti della rivoluzione tecnologica cominciano a chiedere maggiore prudenza. Tuttavia, nessuno vuole rallentare per primo, perché teme che il concorrente possa approfittarne.
È un tema decisivo sul quale mi confronto anche come presidente della Commissione ‘Mercati Emergenti, Industria e Innovazione’ dell’Intergruppo parlamentare ‘AI, Empowerment e Mercati Emergenti’ e nell’attività accademica all’Università Link. A mio parere, la domanda non è se dobbiamo scegliere tra sviluppare l’intelligenza artificiale oppure regolarla: piuttosto dobbiamo fare entrambe le cose. L’intelligenza artificiale rappresenta una straordinaria opportunità economica. Può aumentare la produttività, accelerare la ricerca, migliorare l’analisi dei dati, rendere più efficienti i processi industriali e consentire alle imprese di offrire nuovi prodotti e servizi. Proprio per questo dobbiamo preoccuparci delle condizioni che permetteranno a questa trasformazione di durare. Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, offre una chiave illuminante anche sul piano economico: la tecnologia ha migliorato le nostre condizioni di vita, ma la sua crescente potenza impone di chiedersi chi la controlli e verso quali fini. Tanto più che oggi l’innovazione è guidata in larga parte da grandi attori privati transnazionali. Non è una critica all’impresa, ma un problema di governance: chi compete per sviluppare i sistemi più avanzati non può essere anche l’unico arbitro dei loro limiti.
Credo che non possiamo pensare che basti aggiungere nuove norme – e del resto l’Europa si è già dotata, con l’AI Act, del primo quadro giuridico organico al mondo sull’intelligenza artificiale.
Per le imprese la questione è già concreta: quali decisioni possono essere delegate all’AI, quali devono restare sotto la responsabilità dell’uomo e chi risponde quando un algoritmo sbaglia? Sono domande etiche, ma anche economiche. I mercati funzionano sulla fiducia e una tecnologia percepita come non governabile finirebbe per frenare gli investimenti e la sua stessa diffusione. Per questo dobbiamo entrare nell’ottica che l’etica non è il freno dell’intelligenza artificiale, ma una delle condizioni che permettono all’uomo di continuare a guidarla.
Intelligenza Artificiale: etica va considerata fattore di competitività