La sinistra italiana e l’insostenibile leggerezza della giustizia sociale.
Quando la sinistra italiana parla di giustizia sociale e di uguaglianza dei diritti, magari attraverso alcuni suoi esponenti che esibiscono abiti griffati, Rolex, borse di lusso e Moncler, corre un rischio: quello di confondere, o peggio di far confondere, l’uguaglianza dei diritti con l’uguaglianza dei consumi.
Perché, seguendo questa singolare interpretazione della giustizia sociale, qualcuno potrebbe persino convincersi che spaccare una vetrina per impossessarsi di una borsa Gucci o di un Moncler sia una forma, per quanto discutibile, di redistribuzione della ricchezza.
Naturalmente è una provocazione. Ma dietro la provocazione si nasconde una questione politica assai più seria.
La giustizia sociale non consiste nel garantire a tutti gli stessi simboli del benessere, ma nel creare le condizioni affinché ciascuno possa costruirsi, attraverso il lavoro, la dignità e le opportunità, la propria esistenza.
E qui arriviamo al vero problema della sinistra italiana, e in particolare del Partito Democratico.
Stare dalla parte degli agricoltori che protestano, degli operai dell’ex ILVA che difendono il proprio lavoro o degli autotrasportatori che denunciano condizioni economiche sempre più difficili non può ridursi a una dichiarazione di solidarietà davanti a una telecamera.
Significa assumersi la responsabilità di un’analisi politica ed economica. Significa scegliere. E scegliere, inevitabilmente, comporta sacrifici, rinunce e qualche scontento.
Sacrifici che il PD, impegnato nella ricerca di una sintesi programmatica in vista delle prossime elezioni, sembra oggi non potersi permettere.
Perché il Partito Democratico presenta una contraddizione strutturale che va ben oltre le differenze tra le sue correnti.
Ha una gamba nel pacifismo, rappresentato anche dalle posizioni della sua organizzazione giovanile, e contemporaneamente una storia politica che incrocia figure come Luciano Violante, già presidente della Fondazione Leonardo, e Marco Minniti, presidente della Fondazione Med-Or, legata al gruppo Leonardo, protagonista dell’industria italiana della difesa.
Naturalmente non vi è nulla di illegittimo in queste esperienze. Ma una forza politica che parla di pace dovrebbe spiegare con chiarezza quale sia la propria posizione sull’industria degli armamenti, sulla difesa europea e sugli interessi strategici nazionali.
Ha una gamba nel mondo dell’impresa, della grande industria e di quell’establishment economico che ha trovato in figure come Carlo De Benedetti un importante riferimento culturale e politico. E un’altra nel mondo sindacale, dove la tutela del lavoro può entrare in conflitto con le esigenze di competitività delle imprese.
Ha una gamba nel regionalismo e nelle istanze di maggiore autonomia territoriale, rappresentate anche dalla tradizione amministrativa emiliano-romagnola di Stefano Bonaccini, presidente del partito, e un’altra che denuncia i rischi dell’autonomia differenziata per l’uguaglianza dei diritti tra Nord e Sud.
Ha una gamba nella difesa della sanità pubblica e universalistica e un’altra in un sistema di amministrazioni regionali, cooperative e operatori privati nel quale il ricorso a personale sanitario esterno e a gettone pone interrogativi seri sul rapporto tra interesse pubblico, gestione dei servizi e interessi economici.
E potremmo continuare.
Il problema non è che un grande partito debba rappresentare interessi diversi. Anzi, questa dovrebbe essere la sua funzione.
Il problema nasce quando quegli interessi diventano inconciliabili e la politica rinuncia a scegliere, sostituendo la sintesi con l’ambiguità e il programma con gli slogan.
Perché non si può essere contemporaneamente tutto e il contrario di tutto senza spiegare quale interesse debba prevalere quando gli interessi entrano in conflitto.
E soprattutto non si può invocare continuamente la giustizia sociale senza chiarire chi debba sostenerne il costo, attraverso quali politiche economiche e con quali priorità.
La giustizia sociale è una cosa tremendamente seria. Richiede una politica industriale, una politica salariale, una politica fiscale, una visione del welfare e, soprattutto, il coraggio di assumere decisioni che non piaceranno a tutti.
Molto più semplice, evidentemente, indossare un Moncler, concedere un’intervista e chiedere di non condannare i giovani.