“La domanda assente”. La necessità di una rinnovata formazione per gli adulti in Basilicata: valorizzare il potenziale inespresso del territorio

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Oggi più che mai emerge la necessità di investire su una rinnovata “Formazione per gli Adulti” in Basilicata, uno strumento essenziale per contrastare le disuguaglianze e stimolare la crescita culturale e democratica delle comunità locali. Attualmente, le fasce di popolazione con livelli di scolarità più deboli mostrano una naturale resistenza nell’esprimere una domanda formativa esplicita o nell’intercettare le opportunità esistenti. Chi ha vissuto percorsi scolastici complessi o l’esperienza della disoccupazione tende spesso a rassegnarsi alla mancanza di prospettive, smettendo di percepire l’aggiornamento delle competenze come un bisogno primario.
I dati recenti, come quelli condivisi dalla Uil relativi a oltre diecimila unità tra Neet e over 50 in cerca di occupazione, si concentrano in particolare nelle aree interne e periferiche. Per rispondere a questa sfida, appare opportuno strutturare misure di sostegno economico e di orientamento finalizzate alla riqualificazione professionale, superando le difficoltà programmatiche che storicamente hanno rallentato questo tipo di interventi.
Negli ultimi vent’anni, la distanza tra i cittadini e la complessa gestione istituzionale e politica regionale ha ridotto le occasioni di partecipazione e dibattito collettivo. Questa dinamica rende complesso affrontare il fenomeno della cosiddetta “Domanda Assente”, che coinvolge i giovani fuori dai percorsi di studio o lavoro e i lavoratori maturi fuoriuscite dal mercato. Il rilancio sociale dei piccoli borghi, inclini allo spopolamento, passa inevitabilmente attraverso la rigenerazione di questo tessuto formativo.
Per tracciare una strada efficace, si potrebbe guardare alle esperienze virtuose del passato. Negli anni Ottanta, nel periodo post-sisma, la Regione Basilicata avviò in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma un progetto specifico sulla “Domanda Assente”. Fu un’iniziativa pionieristica per analizzare e superare le fragilità sociali e culturali di comunità caratterizzate da una forte componente anziana e legata a modelli tradizionali, talvolta restia alle innovazioni della modernità.
I progetti mirati di quel periodo dimostrarono che, se stimolati correttamente, anche i contesti culturalmente meno favoriti sanno riconoscere ed evolvere i propri bisogni formativi. Quelle esperienze riuscirono a motivare migliaia di adulti e giovani, traducendosi in centinaia di profili professionali legati soprattutto all’artigianato e ai servizi sociali. Si tratta di percorsi flessibili, capaci di valorizzare il “saper fare” e le abilità manuali, restituendo fiducia alle persone e reinserendole nei circuiti dell’apprendimento.
Il pedagogista Bertrand Schwartz utilizzava l’espressione “culture cuite” per descrivere un modello in cui l’allievo adulto è posto al centro del processo, libero di scoprire i propri metodi, ritmi e soluzioni. L’approccio della bottega-scuola e della formazione di incitamento, sperimentato oltre trent’anni fa, offre tuttora una flessibilità preziosa, anche se all’epoca non trovò la continuità necessaria da parte dei decisori politici.
Ricostruire oggi quel legame tra istituzioni e comunità, partendo da modelli formativi concreti e vicini ai bisogni dei cittadini, rappresenta la chiave per favorire una nuova coesione sociale e incentivare una partecipazione democratica attiva, rispondendo in modo concreto anche all’astensionismo elettorale

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