Quella «sovranità limitata nelle questioni di giustizia»: la lezione inascoltata di Giuliano Vassalli

digiema
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Nel recente dibattito politico sulla riforma costituzionale si è citato spesso il nome di Giuliano Vassalli, specialmente con riferimento a un’intervista del 1987. In quell’occasione, un anno prima dell’emanazione del nuovo Codice di procedura penale, l’illustre giurista ammise al giornalista britannico Torquil Dick Erikson l’impossibilità politica di compiere riforme strutturali riguardanti le «questioni di giustizia».
Nelle ultime settimane, qualcuno ha gridato al «sequestro indebito» della figura di Vassalli, polemizzando contro immaginari vaticini su come avrebbe votato al referendum del 22-23 marzo 2026; altri hanno tentato di sminuire il caso sostenendo che il senso delle battute di Vassalli sarebbe stato«forzato», adducendocome prova il merofattoche a fronte di novecartelledattiloscrittesoltanto poche righe della suddetta intervista viderola luce sul Financial Times. Amenon sembra che qualche storico abbia scritto o detto che Vassalli avrebbe votato per il sì o per il no, perciò sgombriamo innanzitutto il campo dalla fallacia logica dell’argomento fantoccio, e in secondo luogo leggiamo le parole dell’intervista a Vassalli confrontandole con la traduzione apparsa sull’importante quotidiano britannico. «È una sovranità limitata, come quella dei paesi dell’Est Europeo, è una sovranità limitata dalla magistratura, nelle questioni di giustizia, non in tutte le questioni», si legge nella trascrizione originale dell’intervista (peraltro resa disponibile in Internet qualche anno fa da Erikson, che l’aveva conservata nel proprio archivio), mentre la versione inglese recita così: «We have a limited sovereignty here–like in East Europe–limited by the power of the judiciary» (Financial Times, 19 giugno 1987, p. 3). Non occorre una conoscenza molto approfondita della lingua inglese per rendersi conto che quelle parole sono fedeli all’originale. Ne emerge una clamorosa cantonata: le parole pronunciate da Vassalli non subirono forzature da parte di Erikson.
Ed è qui che l’odierno dibattito pubblico mostra tutti i suoi limiti. Chi si affanna a “proteggere” la memoria di Vassalli, o ad affermare la “forzatura” delle fonti storiche, manca clamorosamente il bersaglio. Ciò che conta davvero sono le parole espresse nel resto della lunga intervista, la quale ebbe ad oggetto la riforma del processo penale e l’ordinamento giudiziario italiano. Vale la pena leggerla, anche se nell’epoca in cui viviamo l’unico fine sembra essere catturare l’attenzione del pubblico con qualsiasi mezzo e la lettura è fuori moda. Da protagonista della riforma, Vassalli diagnosticò uno squilibrio di potere tra le istituzioni nell’Italia di fine anni Ottanta, espresso con lucida rassegnazione. Il vero cuore di quell’intervista è rappresentato dall’ammissione che all’epoca il Parlamento italiano non sarebbe stato in grado di trasformare l’ordinamento giudiziario o di apportare ulteriori modifiche al processo penale perché la magistratura era «il più forte gruppo di pressione che abbiamo conosciuto, almeno nelle questioni di giustizia».
La lezione di Vassalli, improntata a un notevole realismo politico, oggi è veramente utile per un solo, fondamentale scopo: la drammatica diagnosi di «sovranità limitata» del 1987 deve fungere da stimolo per studiare a fondo il complesso rapporto tra politica e magistratura. Un’indagine che va condotta con lo stesso realismo di allora, ma alla luce delle norme vigenti, degli interessi in gioco e dei rapporti di forza attuali, abbandonando le sterili speculazioni per comprendere i nodi irrisolti del presente. Questo è l’unico dibattito che vale la pena affrontare; tutto il resto è rumore di fondo.

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