Un giorno invernale, uno di quelli durante i quali la tramontana spazza le nuvole e ridipinge il cielo di un azzurro profondo prendendosi buona parte del territorio lucano da settimane imbiancato a dovere, il quotidiano tran tran di Pietro Pergola, pensionato correttore di bozze, chiamato ‘z Pietrino dai paesani perditempo, venne sconvolto da un evento – da tempo la cosa non si ripeteva – che lo trasportò in una dimensione fiabesca, magica: l’acqua nella vasca della trionfale fontana di Piazza Unità si ghiacciò.
Insieme a quattro suoi accoliti di pari età – un ex-appuntato dei carabinieri pronto a raccontare i particolari della notte romana quando le guardie forestali tentarono il colpo di Stato e lui era di servizio; un ex-ferroviere nominato capo di una stazioncina sulla tratta a scartamento ridotto Potenza-Bari poco prima che questa venisse soppressa per totale mancanza di viaggiatori; un impiegato comunale che stilava in continuazione classifiche, buone e cattive, di sindaci, segretari e assessori passati in Comune dagli anni Sessanta in poi e l’ex-portalettere che ricordava ancora perfettamente i numeri civici delle abitazioni del paese – Pietro anche quel giorno non aveva rinunciato alla solita chiacchierata lì a bordo vasca. Rannicchiati dentro cappotti quasi tutti fuori misura, tra sospiri, sbadigli, lunghi silenzi e balbettii imbarazzanti, quegli anziani signori si contendevano il calore di un filamento di sole a mezzogiorno.
Improvvisamente sbucò nella Piazza una ragazzina. Sola, vestita bene, nessuno eccesso, sicura di sé, cellulare in mano, addirittura dava l’impressione di essere un’insolente. Sulla quindicina o poco più. Assai curiosa, la giovane scrutò in lungo e in largo il gelido scenario, fece foto in quantità: la vasca luccicante, le foglie del platano affogate nel ghiaccio, il lampione appesantito da gelidi pinnacoli, un randagio incarognito intento a sbrinarsi il suo bianconero tartufo sotto la volta di uno dei cento portali del paese e quel manipolo di umanità raccolta sul gelido muretto. Sguardo incollato sulla fontana ghiacciata, la giovane provò a resistere all’incredibile luce del mezzodì. I pensionati, invece, tirarono sugli occhi coppole e cappelli e chinarono il capo.
Dal muretto si alzò una voce:
– Non è la prima volta che gela – disse Pietro – e quando l’acqua gela la fontana si mette a ricordare.
– Come? Come? E che cosa ricorda la fontana? – domandò, sorpresa ma senza alcun timore, la ragazza.
– Ricorda le voci di chi si trova a passare da queste parti – continuò Pietro con il tono della voce profondo, cavernoso, quasi a voler spaventare la giovane ospite – trattiene i suoni dei passi di cristiani e animali che qui vanno e vengono. Ma soprattutto custodisce le promesse di quelli che partono, che lasciano il paese.
Il randagio, nel frattempo, sollevò il muso e si avvicinò a fiutare qualcosa custodita in una tasca del bomber color argento indossato dalla ragazza.
Dal muretto Pietro continuò la sua narrazione ma non si capì se parlasse ai compagni, alla giovane o alle pietre rimaste senza voce in assenza dell’acqua: – Fu alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso quando l’acqua nella vasca della fontana si ghiacciò un’altra volta. Quell’inverno se ne andavano tutti dal paese e pensai anch’io di andarmene, di lasciare tutto, prendere la littorina per Potenza e poi un treno. Per Torino, o Milano, o chissà… per la Germania. Ma la littorina partì e io rimasi.
-Perché non sei partito? – lo incalzò la ragazza, affamata di particolari.
Sistemandosi nel cappotto, Pietro sentì la necessità di inventarsi qualcosa, di dare risposte plausibili pur se non veritiere a quella sconosciuta piombata a disturbare il suo tranquillo silenzio, la sua solenne ritualità quotidiana:
– Per questa fontana gelata – rispose. E prima che la ragazza potesse fargli altre domande aggiunse:
– Quel giorno era ghiacciata proprio come oggi. Incominciò a sussurrare cose che io cercavo di capire. Ero curioso di sapere, di ascoltare i suoi racconti, di scoprire i segreti delle sue storie. E rimandai la partenza.
Pietro avrebbe voluto aggiungere che da quel giorno era partito lo stesso, anche se era rimasto. Confessarle che per tutti gli anni seguenti aveva continuato a viaggiare con le storie raccolte dopo, raccontate su quel muretto dalle tante persone che qui si fermavano a sgranare il rosario dei propri giorni, insieme alle vite di chi era partito ed era tornato dal Nord, dalla Svizzera e dalla Francia, ma anche di chi non era più tornato. Avrebbe voluto (mentendo e inventando) raccontare alla ragazza che le storie di quella gente sfortunata la fontana le raccontava soltanto a lui, l’unico del paese in grado di interpretare la voce di quell’acqua e di quelle pietre, l’unico che sapesse custodire e tramandare la memoria paesana: dalla vicenda della donna abbandonata dal promesso sposo poi scomparso in Argentina, dove s’era fatto una seconda famiglia a quella della vedova che tirava avanti con la misera pensione estera maturata dal marito in Germania. E poi la tristissima storia dei contadini della piana che in Belgio erano andati a fare i minatori e ci avevano rimesso la pelle insieme ad altri disgraziati migranti italiani nella miniera di Marcinelle. E poi dire a quella fanciulla l’importanza di conoscere ciò che è accaduto prima, perché quello che è accaduto prima fa capire e molte volte spiega le cose che accadono oggi. Insomma z’ Pietrino leggendo e rileggendo le bozze di libri e riviste che correggeva nella tipografia potentina dove aveva lavorato per tanti anni si era convinto che curando la memoria si vivevano molte vite, proprio come era capitato a lui con le storie della fontana ghiacciata. Chi invece non accettava questa cosa viveva una vita sola, la propria.
Non fece e non disse niente di tutto ciò. Ebbe paura z’ Pietrino. Paura che la piccola potesse metterlo in difficoltà con interrogativi imbarazzanti e richieste assurde. Paura che scoprisse la verità, che la fontana fosse muta come muta era anche in quel lontano inverno novecentesco. E soprattutto non se la sentì di dare suggerimenti alla giovane, avvisarla e incitarla a cambiare il presente e preparare un futuro migliore conoscendo e comprendendo il passato. Gli era insomma passata la voglia di confrontarsi. Sentì, improvvisa e cupa, una sorta di rimorso, un senso di colpa inconsulto, come se avesse già parlato troppo. Poteva bastare così. E interrompendosi bruscamente, come se sapesse dei biscotti, ordinò alla ragazza: – Prendi quello che hai in tasca e dai qualcosa al cane!
La giovane con un largo sorriso allungò il palmo della mano e offrì un biscotto all’animale il quale indugiò prima di portarsi il provvidenziale bocconcino sulla lingua tiepida e riconoscente.
-Allora la fontana ricorda tutto? Le storie e le promesse se noi le dimentichiamo, essa ce le ricorda? – riprese a chiedere la ragazza, continuando a sorridergli.
-Ce le ripete! – rispose freddamente Pietro – Le ripete come sa fare: in estate fa rumore, in inverno fa silenzio.
La ragazza che non sapeva cosa fossero partire, emi-grare, lasciare i luoghi dell’anima, vivere di memorie e di doloroso silenzio, ingenuamente azzardò:
– Se io prometto di ripassare da qui, un giorno o l’altro, la fontana saprà raccontarmi le vicende di questo cane ora diventato amico mio? –
-Certamente sì! Ma avrai bisogno di me. E io non so se ci sarò ancora quel giorno o quel tempo.
Si allontanò felice e sorridente la fanciulla: la storia della fontana parlante, in fondo, le era piaciuta. Un po’ meno la tristezza delle ultime parole e dell’ultimo sguardo di quell’anziano signore che salutò tutti con un mugugno più profondo delle altre volte e s’incamminò verso casa.
Qui Pietro sentì il suo corpo e la sua anima spargersi sulle sue cose, abbracciarle tutte: i libri, i quadri, le vecchie cartelle da lavoro, la sbiadita divisa di sergente maggiore, la chitarra priva di due corde, la scomposta scacchiera priva di qualche pezzo, la foto ingiallita dei suoi genitori nel giorno del loro matrimonio e quella ancora luminosa di sua figlia perduta prematuramente per un male incurabile.
Nel camino il fuoco si manteneva disperatamente vivo intorno all’ultimo tizzone come se volesse ricordargli, in quel momento e per sempre, di prendersi cura della brace del ricordo delle persone care e di non disperdersi soltanto nel pianto sulla fredda cenere.
Si rabbuiò per un istante, z’ Pietrino, poi ripensò alla fanciulla della fontana che lo aveva stregato, che in poco tempo gli aveva rubato silenzio e memoria e alla quale lui aveva disegnato un mondo inesistente senza indicarle né una direzione né una giusta via da intraprendere e, colpevolmente, non le aveva nemmeno chiesto come si chiamasse.
L’anziano correttore di bozze guardò fuori i tetti imbiancati e notò il raggio di sole disperdersi nel grigio di una improvvisa nebbia calante.
Nonni Racconto-Articolo di Gerardo Acierno.