Il Sud, il Mediterraneo e la responsabilità della visione – Prof. Gaetano Fierro

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Il Sud, il Mediterraneo e la responsabilità della visione

Macroregione mediterranea e Grande Lucania come scelte di realismo geopolitico

Per troppo tempo il Sud è stato raccontato come una questione interna, quasi domestica, separata
dai grandi equilibri globali. È un errore di prospettiva.
Il Sud è una questione geopolitica. E il Mediterraneo non è uno sfondo turistico,
ma uno degli snodi strategici del XXI secolo.
L’Europa sta vivendo una fase di ridefinizione profonda. La guerra in Ucraina ha modificato le priorità energetiche e di sicurezza;
le tensioni nel Medio Oriente e nel Nord Africa hanno riacceso la centralità del fianco sud; la competizione globale tra potenze ha riportato le rotte commerciali
e marittime al centro delle strategie continentali.
Parlare di Mediterraneo oggi significa parlare di energia, porti, migrazioni, infrastrutture digitali
e cambiamento climatico.
Il progetto degli Stati Uniti d’Europa resta un orizzonte politico di lungo periodo.
Ma un salto federale richiede modifiche dei Trattati e una convergenza politica che oggi non appare consolidata. Nel frattempo, le dinamiche globali avanzano.
LA MACROREGIONE MEDITERRANEA COME SCELTA PRAGMATICA
In attesa di un’evoluzione federale, esiste uno strumento realistico:
la Macroregione mediterranea. Non si tratterebbe di creare nuove istituzioni o nuove burocrazie,
ma di utilizzare gli strumenti di cooperazione già previsti dall’Unione per coordinare priorità comuni tra i Paesi dell’Europa del Sud. L’Unione europea ha già sperimentato modelli macroregionali nel Baltico, nel Danubio e nell’area Adriatico-Ionio. In quei casi non sono nate nuove strutture amministrative,
ma si è rafforzato il coordinamento su ambiente, trasporti, sicurezza marittima
e sviluppo sostenibile. I risultati hanno dimostrato che la cooperazione tematica può aumentare l’efficacia degli investimenti e il peso negoziale. Applicare questo schema al Mediterraneo significherebbe coordinare Italia, Spagna, Grecia, Francia meridionale, Malta e Cipro su dossier strategici: corridoi energetici tra Nord Africa ed Europa, integrazione portuale, gestione dei flussi migratori, adattamento climatico delle aree costiere, innovazione blu. Non è un’operazione identitaria. È una scelta
di politica industriale
e di riequilibrio.
IL SUD ITALIA: DA PERIFERIA NARRATIVA A PIATTAFORMA REALE
In questa prospettiva,
il Sud Italia non è un problema da assistere, ma un asset da attivare. È il baricentro geografico del Mediterraneo europeo. Ha la maggiore estensione costiera del Paese, ospita hub portuali strategici
ed è proiezione naturale verso
i Balcani e il Nord Africa.
Eppure continua a essere percepito come periferia. Questo paradosso ha generato una distorsione:
un territorio centrale trattato come marginale. Se il Mediterraneo torna a essere spazio strategico, il Mezzogiorno può diventare piattaforma logistica continentale. Ma la centralità geografica, da sola, non basta. Occorrono coerenza territoriale, massa critica
e capacità di programmazione.
ENERGIA, INFRASTRUTTURE E MASSA CRITICA
La partita energetica
è emblematica. I corridoi del gas dal Nord Africa, i progetti sull’idrogeno verde, le interconnessioni elettriche sottomarine stanno ridisegnando le mappe europee. Senza una regia territoriale forte, il rischio è che queste infrastrutture attraversino il Sud senza generare sviluppo diffuso.
La Basilicata è già uno dei principali poli energetici italiani per produzione di idrocarburi e possiede un significativo potenziale nelle rinnovabili. Tuttavia, l’energia,
se non è inserita in una pianificazione integrata, produce rendite limitate
e impatti territoriali disomogenei. Una programmazione coordinata su scala più ampia consentirebbe di connettere produzione, trasformazione, logistica e formazione universitaria in un unico ecosistema. Lo stesso vale per la portualità. I porti tirrenici e ionici del Mezzogiorno, se pensati come sistema integrato
e collegati a retroporti interni efficienti e a corridoi ferroviari moderni, potrebbero intercettare una quota crescente di traffico merci proveniente dalle rotte globali. In assenza di coordinamento, invece, continueranno a competere in modo frammentato, indebolendosi reciprocamente. Qui emerge il tema della massa critica. Oggi la Basilicata conta meno
di seicentomila abitanti.
In un’Europa che ragiona per macro-aree, questa dimensione limita inevitabilmente il peso negoziale e la capacità progettuale. Le regioni europee che incidono maggiormente nei processi decisionali superano spesso
i tre o quattro milioni di abitanti. Non è solo una questione numerica: è capacità amministrativa, continuità territoriale e forza contrattuale.
PERCHÉ PARLARE DI GRANDE LUCANIA
È in questo quadro che il dibattito sulla Grande Lucania assume un significato concreto. Non si tratta di nostalgia storica o di rivendicazione simbolica.
Si tratta di razionalità istituzionale. Un riassetto che integri aree storicamente
e funzionalmente omogenee tra Basilicata, Campania meridionale e Calabria settentrionale potrebbe creare un soggetto territoriale più coerente. Superare la soglia della marginalità statistica significherebbe rafforzare rappresentanza politica, capacità di attrarre fondi europei e programmazione infrastrutturale.
Una Grande Lucania potrebbe pianificare in modo unitario corridoi ferroviari, retroporti, distretti energetici e filiere agroindustriali. Potrebbe presentarsi ai tavoli nazionali ed europei non come territorio residuale, ma come area strategica del Mediterraneo interno. Non sarebbe una fuga identitaria, ma una scelta di efficienza amministrativa
in un contesto di competizione continentale.
REALISMO, NON SLOGAN
Ogni riforma territoriale incontra resistenze. Campanilismi, timori
di perdita di centralità, equilibri politici consolidati. Anche la Macroregione mediterranea richiederebbe convergenze non automatiche tra governi con priorità differenti. Ma l’alternativa
è l’immobilismo. E in geopolitica l’immobilismo equivale ad arretrare.
Le grandi potenze stanno investendo nel Mediterraneo.
Le rotte energetiche e commerciali si stanno consolidando. Se l’Europa non rafforza il proprio fianco sud, altri attori riempiranno gli spazi. Se il Sud non rafforza la propria struttura interna, resterà spettatore di decisioni prese altrove. La questione non è dividere, ma unire meglio. Non moltiplicare enti,
ma razionalizzare. Non evocare piccole patrie, ma costruire territori capaci
di stare dentro una strategia macroregionale con autorevolezza.
UNA SCELTA GENERAZIONALE
Il Mediterraneo sta ridefinendo i suoi equilibri.
Le infrastrutture si pianificano adesso, le alleanze energetiche si consolidano adesso, le macro-aree europee prendono forma adesso. La Macroregione mediterranea può offrire al Sud un quadro di coordinamento stabile dentro l’Europa. La Grande Lucania
può fornire la struttura territoriale adeguata per stare in quel quadro con peso
e coerenza. Non è una suggestione culturale.
È un ragionamento di scala. Nel mondo contemporaneo contano dimensione, integrazione e capacità
di programmazione. I territori che non si riorganizzano restano schiacciati tra decisioni prese altrove. Il Sud non ha un problema di posizione geografica.
Ha un problema di organizzazione strategica.
La scelta, dunque, non è tra passato e futuro. È tra frammentazione e struttura.
E in questa fase storica, la differenza tra le due non è teorica: è la differenza tra incidere o essere marginali.

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