La Memoria Persiana nel Caos del 2026

digiema
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Mentre il fumo dei bombardamenti oscura i cieli di Teheran e lo Stretto di Hormuz si chiude come una morsa sul commercio globale, per comprendere il conflitto odierno non basta guardare alle mappe militari; occorre sfogliare i registri della storia. L’Iran non è uno Stato-nazione moderno nel senso occidentale del termine, ma un’identità imperiale millenaria che oggi si scontra frontalmente con gli americani e il blocco arabo loro alleato.
La Persia è un’entità che preesiste ad ogni ipotesi di nazione araba, un impero che esisteva quando gli abbozzi dei regni nabatei a nord e sabatei a sud erano separati dal “quarto vuoto” abitato da tribù nomadi ancora non fuse dall’Arabiyya, la lingua dei mistici e dei poeti che fornirà a Muhammad lo strumento unificatore della lingua.
La Persia ha sempre rappresentato un’anomalia geografica e culturale. Separata dal mondo arabo non solo dalla lingua (il farsi contro l’arabo), ma da una visione del potere che risale a Ciro il Grande, la nazione ha interiorizzato un senso di “assedio perenne”. Se l’Islam ha unito la regione nel VII secolo, i Persiani hanno saputo “persianizzare” i loro conquistatori, mantenendo una distinzione etnica che oggi, sotto il peso delle sanzioni e dei missili, riemerge come orgoglio ferito. La frattura tra sciismo iraniano e sunnismo arabo è solo la veste religiosa di una competizione per l’egemonia regionale che dura da tredici secoli.
Gli eventi di questi giorni — segnati dall’attacco congiunto USA-Israele del 28 febbraio e dalla drammatica scomparsa della Guida Suprema Ali Khamenei — hanno innescato una reazione che travalica la strategia militare. La ritorsione iraniana contro le basi in Qatar, Bahrain ed Emirati non è solo un atto di guerra, ma un messaggio simbolico: Teheran considera le monarchie del Golfo come “satrapie” moderne che hanno tradito la solidarietà regionale.
Nella polverizzazione della forza militare sunnita, seguente la caduta di IRAQ e Siria (tra gli stati arabi gli unici nei quali la arabificazione delle preesistenze era riuscita a creare una almeno apparenza solidità identitaria), gli arabi propriamente detti, sono sempre più tornati alla logica del clan nomade, uniti e separati a seconda delle circostanze.
È accaduto in Afghanistan, poi in Sudan, in Libia, in Siria, trasformando quei paesi in aree a grande instabilità in cui il potere è essenzialmente conteso tra tribù in lotta tra loro. La contrapposizione tra cultura badawa, nomade, e hadawa, stanziale, è riemersa in forme differenti tornando a rendere evidente la divisione degli abitanti di questa parte del mondo tra popolazioni “qabila” definite dalla parentela popolazioni “sha’b”, definite dal luogo.
L’ombra dell’IRAN è, per gli stati del Golfo, quelli derivanti dai pochi antichi regni nati nella mezzaluna fertile, l’ombra dell’antico padrone, l’ombra della Persia di Ciro, dell’impero che ha controllato lungamente la penisola arabica in qualche misura ostacolato fino alla loro caduta dall’Impero Romano e da quello etiope a cui è sopravvissuto fino alla grande ondata dell’Islam.
La storia ci insegna che la Persia è un organismo capace di immense rigenerazioni. Capace di soccombere all’ondata islamica e al tempo stesso rifondarla su una tradizione “nazionale”, lo sciismo altro non è che questo, e se il vuoto di potere interno e le proteste di piazza a Teheran indicano che il “regime degli Ayatollah” potrebbe aver teso troppo la corda, ignorando le aspirazioni di una popolazione che si sente erede di una cultura cosmopolita, non solo di una teocrazia bellicosa, la caduta dell’IRAN/Persia non è affatto una prospettiva certa.
La dualità identitaria tra aree metropolitane e rurali, la contrapposizione tra aspirazioni secolari e identitarismo radicale, non vede come sbocco necessariamente la vittoria dei desideri secolari tipici delle aree metropolitane e non è affatto detto che le legittime rivendicazioni di spazi di libertà debbano prevalere.
Una nazione ben più secolarizzata dell’IRAN come gli USA ha eletto un Presidente come Trump sull’onda di una sorta di revanscismo “antiwoke” che ha liberato la forza elettorale delle porzioni “meno avanzate” in uno scontro che non è dissimile a quello cui mi riferivo parlando dell’IRAN.
Nonostante ciò, mentre i droni sorvolano il Golfo Persico, l’ombra della “Grande Persia” è più che mai viva e presente.
Ciro fu il primo a unificare i popoli dell’altopiano iranico, espandendosi verso Babilonia e il Levante e in accordo a tale obbiettivo, anche oggi, la strategia dell’Iran di creare un “corridoio sciita” che arrivi fino al Libano e al Mediterraneo è, di fatto, una riedizione geopolitica dei confini achemenidi. La leadership attuale utilizza la religione (lo sciismo) come collante, ma l’obiettivo finale è lo stesso di 2500 anni fa: impedire che potenze esterne (allora i Greci, oggi gli USA e i loro alleati arabi) dominino lo spazio vitale iraniano.
Negli scontri di questi giorni con le monarchie del Golfo, l’Iran si pone non come un aggressore, ma come il “legittimo custode” della regione. Questa convinzione deriva direttamente dalla storia antica: la percezione che le popolazioni arabe siano “nuovi arrivati” rispetto alla millenaria presenza persiana. Questo senso di primato storico è ciò che rende così difficile ogni negoziato diplomatico nel 2026.
In tutto questo ancora una volta gli Americani affatto capaci di imparare dalle esperienze del passato sono entrati in un complicato puzzle di culture, etnie, civiltà e religioni con la usuale delicatezza da rinoceronte. Quale che sarà il risultato di questa ennesima guerra illogica, fatta per brama di denaro e di risorse, le instabilità che ne seguiranno ci accompagneranno per lunghissimi decenni.

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