Centro Storico di Potenza: abbandono e chiusure. Serve una volontà collettiva di riscatto

digiema
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L’amaro commento del Sindaco di Potenza, Mario Telesca, sul Bilancio 2026/28 appena approvato dal Consiglio regionale, riaccende i riflettori sulla realtà di una città capoluogo che sembra sempre più marginalizzata. Secondo Telesca, Potenza non riceve il giusto riconoscimento per i numerosi servizi erogati alla comunità lucana, ma dietro le parole del primo cittadino si cela una realtà ben più complessa: il “piattume” sociale che pervade la città e che si riflette in tutto il contesto lucano, creando un’atmosfera di noia e abbandono.
Il Sindaco ha tralasciato di affrontare il crescente malessere che affligge Potenza, dove la sensazione di frustrazione per una vita quotidiana priva di stimoli è palpabile. La mancanza di vivacità politica e culturale porta a una spirale discendente, dove le iniziative rimangono incompiute. In questo contesto, la scomparsa di figure come Antonio Nicastro, noto per le sue inchieste e il suo impegno civile, lascia un vuoto incolmabile. La sua penna era una denuncia continua delle problematiche sociali e ambientali irrisolte, dall’inquinamento causato dalla Centrale Enel del Gallitello alle condizioni delle periferie e del centro storico, oggi anch’esso segnata da uno stato di abbandono.
L’evidente scarsezza di attenzioni verso questioni cruciali ha portato Potenza a essere percepita come “Città della Terza età”, con un’infuocata crescita della popolazione anziana, alimentata anche dalla proliferazione delle RSA e delle case per anziani. In questo scenario, la città ha perso la sua vitalità, trasformandosi in un luogo ‘stanco e remissivo’, in cui l’area industriale e artigianale è abbandonata e dimenticata, senza un piano serio di rilancio o fattibilità.
Non meno preoccupante è l’atteggiamento del sistema bancario locale, che sembra disinteressarsi delle necessità di sviluppo di Potenza, contribuendo a quella che appare essere una crescente desertificazione economica. Non è più il tempo in cui Potenza veniva considerata una “Città-regione”, una “Città-cultura” o una “Città-saperi e sapori”. Il “faro” che un tempo illuminava il cammino della città capoluogo è diventato un ricordo sfocato, oscurato da un terreno d’ombra sempre più impenetrabile.
Il confronto con Matera, Capitale europea della Cultura nel 2019 e attualmente Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo per il 2026, evidenzia ancor di più la marginalizzazione di Potenza. Nonostante la presenza di un’associazionismo attivo e propositivo, la città non è riuscita a emergere dalla scia di Matera, risultando invisibile all’attenzione mondiale. Potenza, così, appare bistrattata, mentre la vicina Matera brilla di una luce che sembra inaccessibile al capoluogo lucano.
Questo fenomeno di esclusione, ricorda a molti osservatori, non è nuovo; è la conseguenza di una dinamica sottile, quasi impalpabile, che ha alimentato nel tempo un sistema di “conventio ad excludendum” mai formalizzato ma percepito, che ha lasciato Potenza nell’ombra. Il dibattito sul suo futuro deve quindi affrontare non solo questioni di infrastruttura o bilanci, ma una vera e propria revisione dell’identità culturale e sociale della città. In questo contesto di abbandono e chiusure perpetue, Potenza ha bisogno di una rinnovata riflessione e di azioni concrete che possano riportarla al centro del dibattito regionale e nazionale. La città non può permettersi di rimanere in uno stato di torpore; è necessario che si attivi un dibattito che promuova l’innovazione culturale, l’interazione sociale e la rivitalizzazione del centro storico, affinché Potenza non diventi solo un ricordo di ciò che era, ma torni a essere un luogo di opportunità e crescita per i suoi cittadini. La sfida è grande, ma non impossibile: serve solo una volontà collettiva di riscatto e di cambiamento.

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