Venezuela: tra realpolitik e crisi della legalità internazionale di Gianni Pittella

digiema
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L’alba su Caracas ha portato con sé la fine di un’epoca e l’inizio di un’incognita. L’operazione lampo con cui le forze speciali statunitensi hanno prelevato Nicolás Maduro, trasferendolo in poche ore sul suolo americano, non è soltanto l’epilogo di un ventennio di chavismo e l’apertura di una transizione tutt’altro che scontata, ma soprattutto un ulteriore sintomo del declino dell’ordine liberale internazionale.
Le motivazioni alla base dell’azione statunitense sono plurime e stratificate. Se la narrazione ufficiale della Casa Bianca punta sul ripristino della democrazia e sulla lotta al narco-terrorismo, una lettura più attenta suggerisce una manovra di containment aggressive. L’operazione risponde all’imperativo di estirpare definitivamente l’influenza di potenze come la Russia, Cina e Iran dall’emisfero occidentale. Donald Trump ha applicato quello che viene definito come un “Corollario Trump” alla storica Dottrina Monroe: non più solo la prevenzione dell’interferenza straniera, ma l’uso proattivo della forza militare (o di operazioni coperte ibride) per rimuovere governi ostili che fungono da testa di ponte per rivali strategici. Economicamente, il controllo, o quantomeno la stabilizzazione filo-occidentale, delle riserve petrolifere venezuelane (le più grandi al mondo) rappresenta un asset irrinunciabile per la dottrina dell’Energy Dominance americana, specialmente in un contesto di volatilità dei mercati energetici globali.
L’evento solleva interrogativi inquietanti sullo stato di salute del diritto internazionale. Il cambio di regime forzato operato attraverso la cattura di un Capo di Stato crea un precedente di enorme gravità. Washington sembra aver agito secondo una logica di “eccezionalismo giuridico”, giustificando l’azione non attraverso il mandato delle Nazioni Unite, ma tramite una qualificazione unilaterale del target come minaccia alla sicurezza nazionale. Questo approccio sposta l’asse della legittimità dal consensus multilaterale alla pura proiezione di potenza minando le fondamenta dell’ordine liberale che, paradossalmente, gli USA affermano di voler difendere.
La reazione dell’Unione Europea è emblematica della crisi d’identità che attanaglia Bruxelles. L’Europa si trova stretta in una morsa: da un lato, l’impossibilità politica e morale di difendere un autocrate come Maduro; dall’altro, l’impossibilità giuridica di avallare un’operazione militare unilaterale che viola la Carta dell’ONU. Ne scaturisce una posizione di “ambivalenza strategica”. Bruxelles non condanna esplicitamente l’operazione USA, una scelta che sancirebbe una rottura traumatica con l’alleato transatlantico, ma sposta immediatamente il focus sul post-Maduro. L’Unione Europea punta sul coinvolgimento di figure dell’opposizione democratica, come Edmundo GonzálezUrrutia e la recente Premio Nobel per la Pace, María Corina Machado, e sulla necessità di un percorso elettorale rapido, per tentare di “sanare” a posteriori l’illegalità dell’intervento. L’obiettivo è trasformare un cambio di regime violento in un processo di democratizzazione istituzionale, unica via per l’Europa di mantenere una rilevanza politica.
Lo scenario che si apre è denso di incognite. La rimozione fisica del leader non garantisce la stabilità istituzionale. Il rischio è che il Venezuela scivoli in una guerra civile a bassa intensità o in una “libicizzazione” del conflitto, con fazioni armate e milizie che si contendono il vuoto di potere. Tuttavia, il messaggio inviato da Washington è inequivocabile: l’era della tolleranza per i regimi anti-americani nelle Americhe è finita. Per l’Europa, questo evento è un brusco risveglio: in un mondo dove la forza bruta torna a essere ultima ratio immediata e non più estrema, il “potere normativo” di Bruxelles rischia di diventare irrilevante senza una propria capacità di proiezione strategica autonoma.

Articolo pubblicato su The Watcher Post il 6.1.2026

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