Il decalogo socio-economico nella visione di Mauro Armando Tita e Luigi Magno

digiema
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Il giornalismo fatto di verità impedisce la corruzione, frena la violenza delle criminalità, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo (Pippo Fava, Il Giornale del Sud – 1981).
L’intellighenzia lucana, che si è sempre cibata di Didattica Messianica di natura “Leviana”, non ha mai approfondito e non ha mai prodotto nell’ultimo trentennio una riflessione sugli ambigui processi posti in essere dal “selvaggio liberismo economico” imposto alla Basilicata. Con poche regole e con il mega Polo industriale di Stellantis, specializzato negli ultimi anni in licenziamenti, (supportati da “buone uscite”) e in C.I.G. Per sostenere la Cassa integrazione dei suoi dipendenti, dal 2021 al dicembre 2024, Stellantis ha speso oltre 980milioni di euro, di cui più di 700 a carico dello Stato Italiano (INPS). Transeat sulla liquidazione a Tavares e sul raddoppio della produzione in Marocco che umilia Melfi e Pomigliano d’Arco. Questo liberismo economico ha ridotto la Basilicata a mera colonia delle agguerrite Multinazionali europee con un pauroso deserto bancario. Noi abbiamo sempre amato l’Europa dei popoli, l’Europa della Pace, l’Europa dei Giovani e dell’Erasmus. Abbiamo sempre stigmatizzato il lato finanziario della UE e i suoi effetti. Usando un eufemismo aspramente consolatorio ed evidentemente riduttivo e mendace, la pubblicistica nazionale ha bombardato le nostre orecchie (mirando ai nostri cervelli) con la parola francese “default”; ha ben evitato di parlare il linguaggio della verità e di usare il termine più appropriato dí fallimento. Si continua a sostenere che il cambiamento passi attraverso la privatizzazione delle strutture produttive e la riforma del mercato del lavoro dominato dalla flessibilità e senza alcun vincolo normativo.
Massimo Severo Giannini, ex Ministro della Funzione Pubblica, sosteneva: “In fondo la sinistra di governo è obbligata dalla globalizzazione a fare dell’efficienza, del mercato, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni il nucleo duro del suo riformismo”. La verità dei fatti dimostra invece che la globalizzazione non obbliga nessuno e che il riformismo non è necessariamente quello che si intende in Europa e in Italia. Riteniamo che verità sia un’altra: la situazione attuale potrebbe essere assimilata a una guerra civile tra lupi e agnelli, tra ristrettissime oligarchie finanziarie e la moltitudine dei cittadini lavoratori, tra gnomi nascosti nei paradisi finanziari e fiscali e lavoratori e famiglie che vogliono portare a casa un dignitoso salario, tra arpie nascoste in boschi impenetrabili e ignari viaggiatori che non rivendicano altro che la loro libertà di movimento. Il bullismo odierno di Trump è il punto culminante di questo orripilante sistema economico che il popolo lucano non ha mai compreso, subendolo passivamente. Le rapaci Multinazionali ci hanno imposto scelte scellerate di privatizzazioni che hanno creato oligarchie speculative della peggiore specie a tutto danno degli onesti risparmiatori e delle nuove generazioni fin dal lontano 1977 con la “Direttiva 77/780/CEE del Consiglio del 12 dicembre 1977, relativa al “Coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi, e il suo esercizio”, e l’abbattimento delle frontiere intraeuropee alla circolazione dei capitali. Questa direttiva è stata mal applicata dai Governi italiani nell’ultimo trentennio intercorso tra il 1992 e il 2024 nella politica governativa del “novismo” liberista dei cosiddetti i governi tecnici dei professori. L’exploit in senso turbo-liberale avvenne con il Governo Amato, con il prelievo forzoso del 6 per 1000, operato direttamente su tutti i conti correnti degli Italiani nel luglio del 1992, che fruttò al governo 11 miliardi e 500 milioni di lire (mai restituiti) e con la finanziaria “lacrime e sangue” del 1993 da 110.000 miliardi di lire. Si giustificò l’ingiustificabile dicendo: “si trattava di una misura difficile da digerire, ma evidentemente necessaria per un Paese che si trovava sull’orlo del precipizio” (11 luglio 1992). I provvedimenti presi dal governo Amato furono un esempio di liberalizzazione assoluta: liberalizzazione degli affitti, fine dell’equo canone, aumento dell’età pensionabile a 65 anni, detassazione degli utili reinvestiti, una larga tranche di privatizzazione dell’industria statale. Con il successivo Governo Dini (17.01.1995 – 17/05.1996), dopo un breve governo Berlusconi si apre il periodo dei dei premier provenienti dalla Banca d’Italia. Successivamente, dal 1996 al 2001, ci furono i governi Prodi 1, D’Alema 1 e d’Alema 2.
Il Governo Prodi continuo’ l’opera di privatizzazione del patrimonio statale, iniziata nel decennio precedente, all’epoca della presidenza IRI con la svendita dei Gioielli di Stato. Il Governo D’Alema, famoso per l’eliminazione della leva militare di massa e dell’introduzione dell’esercito professionale, merita di essere ricordato anche per la liberalizzazione del gioco d’azzardo. Poi il ritorno di Giuliano Amato e quindi, da giugno 2001 a maggio 2006, torna Berlusconi con i governi II e III. Di seguito ancora un Governo Prodi e ancora Berlusconi dal maggio 2008 al novembre 2011. La ricetta è sempre la stessa!
Arriva un nuovo governo professorale a salvare l’Italia dal “default” e a combattere il mostro famelico dello “spread”, quello di Mario Monti con Fornero al Lavoro, dal novembre 2011 al 27 aprile 2013. Indimenticabile il pianto della Fornero, per l’ultima picconata inferta al diritto del lavoro, con la liberalizzazione dei licenziamenti. Impensabile da parte di una professoressa universitaria di diritto del lavoro non aver compreso che quella rappresentava la negazione del fondamento stesso del liberismo: fondamento che è dato dal carattere contrattuale del rapporto di lavoro che è “equiordinato” tra i contraenti e che non può essere rescisso se non per giusta causa. Qualche ultima breve considerazione. Quali che siano stati le aree politiche di sinistra o di destra dei governi che si sono succeduti in Italia dal 1992 ad oggi, quali che siano state le figure che hanno ricoperto le massime cariche dello Stato nel trentennio trascorso: provenienza dalla dirigenza della Banca d’Italia; professori di università di rinomanza internazionale; grandi manager dell’industria statale; fino ai governi gialloverdi e giallorossi e l’ultimo triennio della Meloni gli esiti attuali sono evidenti a tutti:
* l’Italia non è guarita dai suoi mali che invece si sono aggravati;
* il debito pubblico è continuato – nonostante tutte le cure – oggi è al 135% del PIL avendo superato a fine 2025 il record di oltre 3130 miliardi. Le spese per interessi superano i 70 miliardi;
* la disoccupazione è stazionaria sul 7%, mentre quella giovanile è sul 40%, e riguarda specialmente i laureati;
* le persone che sono a rischio di povertà sono addirittura il 10% della popolazione nazionale;
* le famiglie con redditi insufficienti sono in numero sempre crescente;
* La differenza tra ricchi e poveri è sempre più ampia.
Evidentemente le terapie utilizzate sono state sbagliate. A chi ha sostenuto che la strada delle privatizzazioni, della liberalizzazione dei mercati, dell’efficientismo della finanza, della flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, dell’eliminazione dei controlli, fossero condizioni obbligate nella competizione globale, si può indicare qualche esempio che rappresenta una chiara smentita.
E l’esempio, che a costoro si può portare, è offerto proprio dalla nazione più prossima all’Italia, la Francia che parlava di “un’economia plurale”, nella quale allo Stato è riconosciuta una sua specifica identità di competitore economico al pari dei competitori privati.
Sono virtuosi esempi verso cui deve tendere ogni intervento governativo che sia diretto al risanamento dell’Italia e del suo sistema bancario e finanziario.
Basterebbe dare piena applicazione e completa attuazione di quanto stabilito all’art. 47 della Costituzione:
“1. La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.
“2. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
Questo significa governare il sistema bancario e finanziario: disciplina, coordinamento e controllo, e dare al risparmio popolare la grande finalità di sostenere lo sviluppo sociale ed economico della nazione.
Credere al mito liberista del “mercato che regola se stesso” null’altro significa che “affidare le pecore al lupo”.
In funzione di questo obiettivo strategico è necessario attuare una serie di riforme normative e funzionali, che ci sentiamo di proporre a fondamento di ogni altro intervento:
1. nazionalizzare la Banca d’Italia, il cui capitale è oggi in possesso del sistema bancario, che, peraltro, è tutto privatizzato. Il capitale della Banca d’Italia deve essere interamente pubblico, perché in essa si deve individuare la “identità della sovranità” dello Stato;
2. ricostituire un sistema bancario di diritto pubblico – quello che è stato depredato e cancellato negli ultimi quarant’anni. Tale sistema deve rappresentare uno dei caratteri fondamentali della Repubblica democratica, ossia la “pluralità” dei sistemi, come carattere distintivo del sistema social-capitalistico rispetto a quello liberal-capitalistico;
3. ricostituire il sistema bancario e finanziario di tipo cooperativo e mutualistico, nel quale il voto sia pro-capite e non in ragione del numero di azioni in possesso;
4. organizzare un sistema di controlli “just in time” su ogni attore del mercato finanziario, che utilizzi a qualsiasi titolo il risparmio dei cittadini, in attuazione del principio costituzionale di diritto/dovere della tutela del risparmio.
5. il rapporto tra il sistema bancario/finanziario e il risparmiatore/investitore deve essere fondato sull’applicazione di un rapporto contrattuale tra comparti, non tra controparti, ad imitazione del modello francese;
6. stabilire un sistema di “tutela” e di “incentivazione” del risparmio, quando “sia garantita” la sua destinazione in funzione degli obiettivi previsti dalla Costituzione: la costruzione di case popolari; il diritto all’abitazione; la costituzione della proprietà diretto-coltivatrice, specie da parte dei giovani; l’investimento nell’industria pubblica; l’investimento nella sanità pubblica; l’investimento in fondi pubblici assicurativi; l’investimento in fondi pubblici per la pensione integrativa. Tutto ciò è oggi in mani private, e l’opacità dei rapporti contrattuali è uno degli strumenti più critici;
7. tutelare il diritto dell’investitore finanziario a un rapporto trasparente e informato; il che significa riconoscere al risparmiatore/investitore il diritto contrattuale di sapere dove viene investito il proprio capitale; tanto per impedire che quel capitale serva a perseguire obiettivi immorali, quali ad esempio finanziare le guerre civili, il mercato delle armi, il mercato delle droghe, ecc.;
8. tutelare l’impresa individuale e le società familiari/personali attraverso un sistema fiscale nel quale sia riconosciuto, a determinate condizioni, carattere probatorio al conto corrente utilizzato dall’impresa e carattere di rapporto in giudicato al rapporto triangolare tra cittadino, sistema del credito e sistema fiscale;
9. riconoscere alle imprese che si sottopongono a questo regime la tutela da procedure fallimentari;
10. nazionalizzare le Poste Italiane, non solo il servizio postale ma anche i servizi bancari e assicurativi gestite in Poste, vietando la terziarizzazione dei servizi d’istituto.
Abbiamo cercato di riassumere con estrema trasparenza le proposte concrete e gli atti e i fatti politici degli ultimi trent’anni.
Ci siamo volutamente soffermati sulle riforme del Presidente francese Mitterand per dimostrare plasticamente che i Governi italiani dell’ultimo trentennio non hanno mai cercato quella “terza via” e hanno deliberatamente coltivato la privatizzazione selvaggia senza regole e senza limiti per favorire poche e privilegiate oligarchie a danno del popolo lavoratore. In questa sorta di “decalogo” è delineato un programma socio-politico-economico per il prossimo ventennio; questo sì che meriterebbe il titolo di “Salva Italia” e “Salva Mezzogiorno/Basilicata”.

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