Il Parco Naturale Regionale del Vulture rappresenta oggi un progetto ambizioso e insieme problematico della politica ambientale lucana. La sua istituzione, avvenuta con la legge regionale n. 28 del 2017, ha sancito la volontà di tutelare un’area di straordinaria ricchezza ecologica, culturale e
paesaggistica, definendo un perimetro di oltre 6500 ettari che interessa nove Comuni del Vulture-Melfese: Atella, Barile, Ginestra, Melfi, Rapolla, Rionero in Vulture, Ripacandida, Ruvo del Monte,
San Fele. È, quindi, il luogo di un progetto istituzionale ambizioso sulla carta ma fragile nella pratica. Eppure, a distanza di tempo, il Parco vive una condizione di incompiutezza che ne minaccia la credibilità e la capacità di incidere sul territorio. Questo articolo intende mettere in luce le potenzialità reali e le fragilità strutturali. L’analisi parte
dai contenuti e dalle finalità indicate dalla legge istitutiva e arriva alle proposte pratiche, passando per la questione delle royalties delle acque minerali, per i vuoti di pianificazione e per la farraginosa architettura istituzionale che oggi producono paralisi amministrativa. L’articolo intende svolgere una lettura critica ma vorrebbe rivolgere un appello propositivo: il Parco del Vulture potrebbe
diventare motore di sviluppo sostenibile, a patto che si affrontino le cause reali dell’immobilismo. La finalità della legge regionale n. 28/2017 è chiara sulla carta. Intende puntare alla conservazione della biodiversità, alla valorizzazione del patrimonio geologico e paesaggistico, alla protezione dei laghi di Monticchio, promozione di attività economiche sostenibili come l’agricoltura biologica e l’ecoturismo, tutela delle tradizioni locali e contrasto al dissesto idrogeologico. Questi obiettivi sono ambiziosi e legittimi, esprimono la volontà di costruire un modello di gestione che concili tutela ambientale e sviluppo socio-economico. Tuttavia, l’efficacia di tali finalità
dipende da tre elementi essenziali: la chiarezza degli strumenti di pianificazione (Piano del Parco,
Regolamento, Piano Pluriennale Economico-Sociale), la solidità della governance e la disponibilità
di risorse finanziarie gestite con trasparenza. Ed è proprio su questi tre punti che si evidenziano criticità rilevanti.
Prima di approfondire i problemi, è importante ricordare ciò che il Parco deve proteggere. Il perimetro comprende habitat di rilievo europeo, tra cui la ZSC/ZPS “Monte Vulture” e il SIC/ZPS
“Lago Rendina”. Tra le specie di pregio c’è la Bramea del Vulture (Acanthobrahmaea europaea), una farfalla endemica che rappresenta il simbolo di una biodiversità che necessita di misure di tutela mirate. I laghi di Monticchio, i boschi residui, gli oliveti e i paesaggi agrari tradizionali costituiscono un patrimonio paesaggistico e culturale che può sostenere forme di turismo lento,
itinerari culturali tematici e azioni di recupero ambientale.
La bozza preliminare del documento di pianificazione, pubblicata nella pagina web del Parco, pur non essendo ancora strumento cogente, contiene proposte interessanti: una rete ecologica per collegare habitat frammentati, percorsi tematici (storico-culturale, Grand Tour, percorso dell’acqua) e modelli partecipativi basati su living lab e consultazioni pubbliche. Se tradotte in atti concreti,
queste idee potrebbero fornire la base per trasformare il Vulture in una destinazione riconoscibile
per turismo sostenibile e ricerca ambientale. Ma la distanza tra idea e applicazione resta
significativa. La fotografia dell’Ente è preoccupante. Non sono stati adottati né il Piano del Parco, né il Regolamento, né il Piano Pluriennale Economico-Sociale, strumenti che avrebbero dovuto essere
predisposti subito dopo l’istituzione. Il Presidente si è dimesso ed è stato nominato di recente un commissario straordinario; il Direttore non è stato ancora nominato; il Consiglio Direttivo e la
Comunità del Parco coincidono nella composizione (i sindaci dei nove Comuni), creando una
sovrapposizione di ruoli e un possibile conflitto di interessi che mina la separazione tra governance politica territoriale e funzione amministrativa dell’Ente. Inoltre, la struttura tecnico-amministrativa è sottodimensionata: poche unità operative (un geometra, un architetto e una unità amministrativa) per gestire oltre seimila ettari e tutte le questioni connesse. Queste carenze producono effetti concreti e immediati: l’assenza del Direttore impedisce l’avvio del
ciclo di pianificazione e di attuazione; l’assenza del Piano espone il territorio a interventi frammentati e privi di una visione strategica; la composizione degli organi genera il rischio che
scelte locali prevalgano su interessi di tutela e visione sovracomunale. In pratica, un parco senza regole e senza leadership rimane un’idea, non una realtà amministrativa funzionante. La mancanza del Piano del Parco comporta almeno tre conseguenze gravi e interconnesse:
– Assenza di norme certe per regolamentare attività, interventi, fruizione, vincoli e
opportunità. Senza un quadro normativo chiaro, operatori pubblici e privati navigano a
vista.
– Impossibilità di coordinare lo sviluppo locale con criteri di sostenibilità, perché non esiste un quadro strategico condiviso che indirizzi le politiche agricole, turistiche, infrastrutturali e di tutela ambientale.
– Rischio di interventi frammentati e incoerenti, che possono peggiorare lo stato di
conservazione degli habitat e indebolire la capacità di attrarre risorse esterne per progetti strutturati. La citata bozza preliminare di Piano presenta certamente idee e scenari interessanti ma resta una bozza, priva di alcun valore. Trasformare queste proposte in azioni richiede l’adozione formale degli atti di pianificazione, cosa che non è avvenuta. Nel frattempo, la mancanza di un quadro
chiaro riduce la capacità negoziale del Parco nei confronti di fondi regionali, nazionali ed europei. Un altro problema di natura tecnica e politica è il perimetro del Parco. La zona non include alcune aree che avrebbero una naturale vocazione alla tutela, ad esempio come la zona IBA (area di importanza cruciale per la conservazione degli uccelli e della biodiversità) di Atella e il bosco della Frasca di Melfi. Questa omissione non è soltanto formale: compromette la coerenza della rete ecologica e la capacità di mantenere corridoi biologici funzionali. Un parco che non include tutte le componenti ecologiche fondamentali rischia di diventare un mosaico di macchie protette isolate, incapaci di garantire processi ecologici su scala adeguata. Forse il nodo più delicato riguarda le royalties derivanti dalle acque minerali. La L.R. 43/1996 prevede che i proventi dei prelievi idrominerari siano destinati al monitoraggio, alla tutela e alla
difesa attiva dei bacini idrominerari; una quota del 20% è riservata ai Comuni interessati alla coltivazione delle acque (Atella, Rionero, Melfi). Per contro, l’articolo 30 della L.R. n. 28/2017
inserisce le royalties tra le entrate del Parco, creando un evidente conflitto normativo tra una disciplina che vincola la destinazione delle risorse e una legge più recente che le considera entrata generale dell’Ente Parco. Questa sovrapposizione produce, a parere dello scrivente, tre criticità concrete:
– Incoerenza giuridica, perché la legge successiva sembra interferire con una normativa precedente che stabiliva vincoli specifici di destinazione.
– Rischio di dispersione delle risorse, con proventi che potrebbero essere usati per finalità generali dell’ente anziché destinati al monitoraggio e alla tutela idromineraria come
previsto.
– Sovrapposizione di competenze, che complica la gestione amministrativa e politica di risorse strategiche per il territorio. Si coglie l’occasione per proporre la creazione di un Fondo di compensazione ambientale regionale in cui confluiscano le royalties e altre risorse, da cui siano finanziate, in modo tracciabile, misure di
tutela del bacino e studi scientifici. Con questa proposta si punta a restituire trasparenza e destinazione certa delle risorse, ma richiede volontà politica e chiarezza normativa a livello
regionale per essere attuata.
La convivenza tra Parco e Bacino idrominerario emerge come un tema strutturale: due strumenti che operano sullo stesso territorio con finalità diverse. Il Bacino è interesse economico e idrico, la
gestione delle acque minerali è una risorsa strategica, mentre il Parco è orientato alla tutela ambientale e allo sviluppo sostenibile. Senza un quadro aggiornato e condiviso, il rischio è la
competizione per le risorse, che si potrebbe tradurre in inefficienza. La proposta non è quella di separare meccanicamente i due ambiti, ma cercare di costruire un
modello di coordinamento istituzionale che chiarisca le rispettive competenze. Inoltre, si ritiene necessario aggiornare il Piano di tutela e sviluppo del bacino (approvato nel 2003 e ormai datato). In questo modo, si avrebbe un piano coerente con le direttive europee e nazionali più recenti,
contemporaneamente allineato con il Piano del Parco, al fine di attuare una gestione integrata che
coniughi la tutela ambientale e l’uso economico sostenibile della risorsa idrica. Un’altra proposta si ritiene che possa essere quella di pubblicare annualmente un Rapporto
economico-ambientale del Vulture, che illustri la destinazione delle royalties, i progetti finanziati e le attività di tutela. Questa misura risponde a due esigenze fondamentali: la trasparenza e la partecipazione, perché i dati chiari permettono alla comunità locale di valutare le scelte. Un rapporto annuale ben strutturato potrebbe essere anche uno strumento utile per attirare investimenti responsabili. Infatti, si fornirebbero informazioni necessarie agli operatori interessati a progetti di turismo sostenibile o sviluppo rurale. In assenza di tale strumento, il rischio è che la
gestione delle risorse rimanga opaca e che cresca sfiducia tra le comunità locali.
Nonostante le criticità, il Vulture possiede risorse concrete che possono essere trasformate in opportunità economiche sostenibili, se accompagnate da una governance chiara e da
programmazione di medio-lungo periodo. Le linee strategiche praticabili, ispirate dalle indicazioni
del citato documento preliminare del Piano, possono essere:
– Reti ecologiche e corridoi verdi e blu: completare la connessione tra habitat mediante misure di tutela, piccoli interventi di riforestazione e gestione dei margini agricoli. Ciò migliora la resilienza ecologica e valorizza il paesaggio per il turismo naturalistico.
– Percorsi tematici e turismo lento: sviluppare itinerari culturali e naturalistici (storia, geologia del vulcano, percorso dell’acqua, Grand Tour tematico) con infrastrutture leggere
(segnaletica, punti informazione, punti di osservazione), servizi per guide locali e pacchetti
turistici sostenibili.
– Agricoltura biologica e filiere corte: promuovere pratiche agricole sostenibili, valorizzare prodotti tipici (vini, olio, cereali locali) tramite marchi di qualità legati all’area protetta e creare reti commerciali locali e di prossimità.
– Ricerca e formazione: attrarre progetti universitari e centri di ricerca per lo studio della geodiversità, della fauna endemica e dei processi di recupero ambientale; organizzare scuole
estive e laboratori per studenti e operatori.
– Economia circolare: coinvolgere aziende locali e imprese che sfruttano risorse naturali in progetti di responsabilità ambientale che finanzino il Fondo di compensazione ambientale
proposto. Tutte queste iniziative hanno bisogno di una cornice che dia certezze normative e risorse certe e
vincolate. Senza questa, i progetti rischiano di restare episodici. In sintesi, si riportano di seguito i
capisaldi su cui si basano le nostre proposte per rendere effettiva la funzione del Parco:
Efficienza amministrativa:
◦ Rapida indizione del bando di selezione del Direttore, figura necessaria per avviare il
ciclo di pianificazione e dare slancio operativo all’Ente;
◦ Ridefinizione degli organi e separazione dei ruoli, ripensare la composizione del
Consiglio Direttivo e della Comunità del Parco per evitare la coincidenza di ruoli (tutti i
sindaci come membri effettivi);
◦ Potenziamento della struttura tecnico-amministrativa, potenziare l’Ente di personale
qualificato e di una capacità amministrativa che consenta la gestione progettuale e la
rendicontazione;
Pianificazione e programmazione:
◦ Adozione rapida degli strumenti di pianificazione, completare e adottare formalmente il
Piano del Parco, il Regolamento e il Piano Pluriennale Economico-Sociale.
Trasparenza e monitoraggio:
◦ Pubblicare il Rapporto economico-ambientale annuale e istituire meccanismi di
monitoraggio e valutazione partecipati;
◦ Istituzione del Fondo di compensazione ambientale: garantire la destinazione tracciabile
delle royalties e creare una governance del fondo che includa rappresentanze tecniche e
sociali.
Si intende affermare con chiarezza un principio fondamentale: la tutela è credibile quando è
trasparente. In un territorio dove le risorse idriche e la loro gestione sono fondamentali per
l’economia locale, l’alleanza con le comunità locali è essenziale. Consultazioni pubbliche, laboratori
partecipati, patti locali per la gestione delle risorse sono strumenti che non solo legittimano le
scelte, ma migliorano la qualità tecnica delle decisioni grazie al contributo degli attori che vivono il
territorio.
Il Parco può configurarsi, in questo senso, non come un ente che impone dall’alto, ma un
facilitatore che mette insieme Comuni, produttori, associazioni ambientali, operatori turistici,
università e aziende. Il risultato possibile è una governance più robusta, capace di reggere le
tensioni tra tutela e sviluppo e di trasformare le royalties in risorse che generano valore pubblico.
Come risulta evidente, il problema non é soltanto contabile ma anche istituzionale e politico. È
questione di chiari strumenti di pianificazione, di governance autonomamente operativa, di regole
sulla destinazione delle risorse e di trasparenza. Finché questi elementi resteranno incompleti, il
Parco rimarrà un’idea potenzialmente straordinaria ma incapace di incidere in modo sistemico sul
territorio.
Eppure é chiaro che le soluzioni non sono inaccessibili, se i sindaci, la Regione, la comunità
scientifica e la società civile decidessero di mettersi attorno a un tavolo con scadenze definite e
responsabilità assegnate, il Parco del Vulture potrebbe finalmente uscire dall’angolo
dell’incompiuto e diventare un laboratorio di governance ambientale e sviluppo locale sostenibile
Il Parco del Vulture: un progetto di bellezza incompiuta