La Conferenza sulla sicurezza di Monaco ha rappresentato più un momento simbolico che decisionale, un luogo in cui si è manifestata con chiarezza la trasformazione degli equilibri occidentali e il progressivo ritorno dell’Europa degli Stati rispetto all’idea di un’Unione compatta e politicamente coesa. Le dichiarazioni del segretario di Stato statunitense e la linea politica già espressa in precedenza dall’amministrazione americana hanno ribadito il concetto che il vecchio ordine internazionale sia superato e che il ruolo degli alleati debba essere riconsiderato in funzione di interessi più selettivi e meno automatici. In questo quadro l’Unione Europea appare sempre meno come un interlocutore unitario e sempre più come un insieme di governi con priorità differenti, mentre gli Stati Uniti sembrano privilegiare rapporti diretti con i singoli Paesi piuttosto che con le istituzioni comunitarie. Questo mutamento non equivale a un disimpegno totale americano, ma rappresenta piuttosto una ridefinizione del perimetro di responsabilità che apre inevitabilmente spazi di iniziativa per le potenze europee, prima fra tutte la Germania, in una dinamica che richiama non tanto le forme quanto il metodo della diplomazia di potenza. Non è casuale che il concetto stesso di geopolitica nasca in ambito tedesco alla fine dell’Ottocento come dottrina teorica funzionale a legittimare l’espansione e la proiezione imperiale dello Stato nazionale, prima ancora che come disciplina accademica neutra. La crisi tedesca, legata soprattutto all’aumento dei costi energetici successivi alla guerra in Ucraina, alla riduzione della dipendenza dal gas russo e alla lenta riconversione verso fonti alternative, ha inciso profondamente sulla competitività dell’industria e sull’andamento dell’export, con effetti diretti anche sulle economie maggiormente interconnesse come quella italiana. Nonostante il rallentamento degli scambi, la Germania resta il principale partner commerciale dell’Italia, confermando una complementarità produttiva che rende plausibile il tentativo di rafforzare un asse politico ed economico tra Berlino e Roma. Parallelamente la leadership tedesca cerca di muoversi su più livelli, costruendo relazioni differenziate con gli altri attori europei: con la Francia sul piano strategico-militare, con il Regno Unito su quello politico e diplomatico legato alla crisi ucraina, con l’Italia sul terreno industriale e commerciale, delineando una rete di alleanze tematiche che sostituisce l’idea di un blocco europeo omogeneo con quella di geometrie variabili.
In questo quadro anche gli altri Paesi mostrano un riposizionamento: la Spagna rientra con maggiore decisione nel dibattito sul riarmo, mentre l’Ucraina continua a guardare all’Europa come fonte indispensabile di sostegno economico e finanziario. L’Italia mantiene una linea di equilibrio tra fedeltà all’alleanza atlantica e ricerca di autonomia strategica, scegliendo di non aderire a ipotesi di deterrenza nucleare europea e ribadendo la centralità dello scudo statunitense, ma allo stesso tempo rafforzando direttrici alternative verso l’Africa e il Mediterraneo per diversificare approvvigionamenti energetici e interessi geopolitici. Sullo sfondo rimane la fragilità strutturale della Francia, segnata da un lungo processo di deindustrializzazione, da un debito pubblico elevato e dalla necessità di sostenere politiche economiche espansive che trovano nel debito comune europeo uno strumento quasi obbligato più che una scelta ideologica.
La fine della protezione statunitense, o quanto meno il suo ridimensionamento, spinge le élite europeiste a promuovere il riarmo e a trasformare l’UE in una potenza militare. Per realizzare questo obiettivo è necessario liberare risorse pubbliche da destinare all’industria degli armamenti, ma una simile politica può avvenire solo in un contesto che si avvicina a un’economia di guerra, la quale implica inevitabilmente l’introduzione di norme restrittive. Nessun governo può permettersi il lusso di attuare simultaneamente tagli alla spesa sociale, privatizzazioni e integrazione di diversi sistemi economici dell’UE con conseguenti delocalizzazioni senza rischiare manifestazioni e scioperi. Le soluzioni avanzate da Draghi e Letta puntano a una maggiore liberalizzazione dei mercati, con effetti che rischiano di peggiorare le condizioni economiche e sociali di milioni di cittadini europei, mentre le dichiarazioni della Meloni sottolineano la necessità di riaprire al dialogo con gli Stati Uniti e, più in generale, la difesa dei valori e delle posizioni sostenute dall’ideologia MAGA. In questo quadro, il vero rischio potenziale è una crisi delle istituzioni liberal-democratiche, che le élite europeiste dichiarano di voler salvaguardare, ma che vengono messe alla prova dalla crescente assertività del nuovo corso americano.
Ne emerge dunque un’Unione Europea meno proiettata verso un’integrazione politica profonda e più orientata a fungere da spazio di coordinamento tra Stati sovrani che reagiscono alle crisi secondo priorità nazionali, in un contesto che richiama dinamiche diplomatiche di equilibrio tra potenze più che un vero progetto federale. Il risultato non è il ritorno a un passato storico ripetibile, ma l’affermarsi di un pragmatismo diffuso in cui le leadership sono relative, le alleanze mobili e l’idea di Europa come soggetto politico unitario lascia spazio a una diplomazia di interessi incrociati, nella quale ogni governo cerca di preservare il proprio margine di manovra all’interno di un equilibrio continentale sempre più fluido.