Signori, si ride di Michele Libutti (Nuova Prhomos, 2026)

digiema
3 Min Read

Articolare storicamente il passato non significa riconoscerlo come è stato veramente. Significa impadronirsi del ricordo che lampeggia nell’attimo del pericolo. Lo scrive Walter Benjamin, filosofo tedesco: pericolo inteso come ricordo che possa svanire per sempre. Per questo, l’ultimo libro di Michele Libutti, Signori, si ride, gioca con episodi e personaggi ironici, fissa il momento, ne articola storicamente il vissuto, eleva a dignità narrativa persone passate nell’oblio. Egli agisce con la penna ormai da decenni (siamo alla 24^ pubblicazione) mediante storie in “agrodolce” e anche con poesia e messinscene teatrali: l’autore scrive pagine colme di episodi semplici quanto riflessivi. Come è nel suo stile, del resto, come nei precedenti lavori. L’autore che ha mutuato in un quarantennio l’impegno di medico e scrittore da precedenti tanto illustri (come Cronin, Cechov, lo stesso Carlo Levi). Così Libutti, nella maniera di raccogliere i messaggi che lancia la strada, o il suo stesso studio medico, o le reminiscenze di lunghi decenni di apprendimenti, classici quanto scientifici. Gli oggetti e le persone rivestono la funzione di mediatori ed in una certa profondità rimandano a ciò che eravamo, a ciò che siamo, a ciò che vorremmo essere. La scrittura di Libutti ci allontana dal nostro panorama consueto, orlato dal ricamo sdolcinato dei colli che ci videro crescere e maturare: ci conduce in universi altri, in cerchi concentrici, o ad ellissi che probabilmente ci relazionano sempre qui, dove si è nati e cresciuti. Ma i voli dei racconti così argomentati consentono di andare ben oltre, verso umanità che altri scrittori o grandi registi (Woody Allen, Bob Altman, Ettore Scola) hanno saputo conferire con una portata più poliedrica, parlando con ironia di vita e di morte senza la tensione dovuta. Non si comprime la sua scrittura in situazioni anchilosate, fa discutere del tempo e della vita. Già, il tempo, nel senso greco. Come Il personaggio che va con la scala per tetti a scorgere passioni di coppie in amore (ricorda il Canaletto a Venezia, con la scala); Penelope ed Ulisse accompagnati da Onda su Onda di Paolo Conte. Le rappresentazioni teatrali che aprono e chiudono la raccolta dei venti racconti: quella in treno rimanda al Sarchiapone di Walter Chiari e Carlo Campanini). Vige infine una gradevole semantica vagamente anarchica, un filo che collega i suoi precedenti paesaggi umani, talvolta animali e cose, di persone e manie, dal sapore forse nostalgico, di quel che eravamo. Ma forse di quel che potremmo migliorare, dentro e fuori di noi.

Condividi