Il Femminismo: contraddizioni e problemi Prima Parte

digiema
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Quando parliamo della “questione di genere”, stiamo nominando, in realtà, una posizione materiale all’interno di un ordine che distribuisce funzioni e possibilità. Essere donna o essere uomo significa abitare una specifica collocazione socio-economica: una donna con risorse elevate e una donna priva di mezzi condividono il genere, eppure vivono all’interno di orizzonti d’esistenza incomparabili. Lo stesso vale per ogni altra identità: essere nero, gay, migrante cambia completamente senso a seconda della propria posizione nei dispositivi che organizzano l’accesso alle risorse.

Le formule che attraversano il discorso pubblico – “tutte le donne sono oppresse”, “tutti gli uomini sono privilegiati” – cancellano questa complessità. Oscurano ciò che dovrebbe apparire evidente: non esiste alcuna esperienza politica comune tra la dirigente di una multinazionale e la lavoratrice domestica che ne pulisce la casa. Christine Lagarde, Ursula von der Leyen, le CEO che firmano bilanci e strategie globali: queste donne condividono forse qualcosa di essenziale con le operaie che producono le merci che esse amministrano? In realtà, esse condividono l’appartenenza biologica a un genere ma tale dato viene trasformato dal femminismo in un “tutto” – una presunta comunanza che attraverserebbe i ceti sociali, cancellando il conflitto reale. Il femminismo obbliga Lagarde e la domestica a riconoscersi come “donne” prima che come capitalista e proletaria, e questo riconoscimento è precisamente ciò che impedisce l’antagonismo. Si tratta di una convergenza impossibile, fondata su un’astrazione – “la donna” – che maschera il rapporto di dominio effettivo.

Diverso è il caso di soggetti che, pur geograficamente e culturalmente distanti, possono convergere politicamente perché la loro differenza non costituisce il principio organizzatore dell’azione. L’operaio tedesco e il bracciante africano possono costruire un socialismo internazionalista proprio perché si riconoscono nella posizione strutturale e oggettiva di chi vende forza lavoro e, da questa posizione, possono sottrarre le loro differenze alla logica imperialista, facendone materia di solidarietà e non di frammentazione. Quando l’asse politico è il genere, invece, tale convergenza diventa strutturalmente impossibile: Lagarde e la domestica non hanno terreno comune se si organizzano in quanto donne.

In questo senso, il fasciosistema – questa macchina che organizza la vita secondo logiche di valorizzazione e scarto (è l’oggetto di ricerca del mio prossimo libro) – non è affatto maschile. Le donne inserite nelle oligarchie dominanti sono tutto meno che alleate delle donne subalterne contro gli uomini: sono piuttosto alleate degli uomini delle élite contro donne e uomini subalterni. Il loro genere diventa del tutto irrilevante rispetto alla funzione che svolgono nella riproduzione delle gerarchie.

Le legislazioni che negli ultimi decenni hanno giustamente spinto verso l’autonomia femminile hanno certamente trovato nelle donne stesse una fonte di ispirazione autentica. Sarebbe tuttavia ingenuo non riconoscere che l’intento sistemico nascosto dietro queste trasformazioni ha esteso il mercato capitalistico a nuovi produttori e nuovi consumatori. L’accesso al lavoro salariato significa iscrizione a pieno titolo nel circuito della produzione di plusvalore. L’energia delle donne e la loro intelligenza, sono diventate merci da scambiare. La soggettività femminile non è più – in larga misura – estranea al ciclo capitalistico ma ne è stata direttamente coinvolta. Un individuo con un salario, infatti, è un essere umano con potere d’acquisto. La donna economicamente autonoma diventa il target ideale per un’industria che le vende non solo prodotti ma identità: l’abito griffato come dichiarazione di successo, la palestra come promessa di un corpo performante. La sua stessa liberazione diventa una narrativa da vendere per alimentare il consumo. Insomma, la legislazione progressista va intesa come il compimento di un capitalismo entropico che ha voluto portare la vita intera – proprio tutta – nell’orbita del rapporto economico.

La funzionalizzazione fasciosistemica si regge su una mutazione antropologica profonda: la sostituzione delle differenze qualitative con una neutralità astratta. Solo un essere reso neutro, spogliato dai radicamenti concreti che un tempo rendevano i mondi maschili e femminili ambiti di sussistenza autonomi e non comparabili, può essere misurato e messo a valore. L’uguaglianza formale diventa così il prerequisito tecnico della mercificazione universale. In questo senso, la neutralità è la maschera di un sistema che, per poter sfruttare l’intero spettro dell’umano, deve prima pretendere che siamo tutti identici di fronte alla produzione, cancellando proprio quelle alterità che rappresentavano l’unico vero argine all’astrazione del dominio.

In quest’orizzonte, porre il genere come categoria politica primaria significa accettare il terreno di gioco predisposto dal biocapitalismo. Si rinuncia alla lotta contro il fasciosistema per concentrarsi sulla gestione di un’identità che il mercato ha già previsto e catalogato. L’atteggiamento rivendicativo chiede per sé semplicemente una migliore allocazione o un riconoscimento simbolico. Il femminismo finisce per fornire al capitale i dati necessari per una gestione più capillare e “inclusiva” della forza lavoro, garantendo che nessuno sia più estraneo al ciclo della produzione e del consumo. La differenza viene così svuotata di ogni potenziale eversivo e reinserita nel circuito come una variante di una neutralità capitalistica che rimane il vero sovrano.

Occorre qui una precisazione teorica decisiva. Qualsiasi tentativo di costruire un “femminismo materialista” che mantenga il genere come categoria politica primaria compie una contraddizione performativa. Se il materialismo significa analisi dei rapporti di produzione, della distribuzione del plusvalore, delle condizioni strutturali di accesso alle risorse, allora il genere può comparire solo come effetto di queste dinamiche, non come causa o categoria autonoma. Il materiale è metagenerico per definizione: le posizioni nella struttura economica attraversano e ridefiniscono continuamente le identità di genere, rendendole politicamente secondarie. Se Lagarde e la domestica non hanno nulla in comune che possa fondare una politica, il materialismo è rispettato. Se invece hanno qualcosa in comune in quanto donne, allora il materiale è stato subordinato all’identitario – e non si sta più facendo materialismo antisistemico ma sessismo, nel senso preciso: pensare il sesso/genere come determinante. Una critica realmente materialista deve quindi dissolvere il genere come soggetto politico autonomo. Non si tratta di negare che esistano corpi sessuati, né che il capitale organizzi differentemente la loro valorizzazione, ma di negare che questa organizzazione produca un noi politico coerente. Il corpo femminile in quanto tale non è un soggetto rivoluzionario, così come non lo è il corpo maschile: lo diventa solo quando si inscrive in una posizione di classe specifica.

Attraverso la frammentazione, il femminismo divide ciò che la disuguaglianza potrebbe unire: lavoratrici e lavoratori, resi reciprocamente sospetti, cessano di riconoscersi come parte di una medesima condizione. La retorica della parità di genere diventa marketing etico, ossia un modo per aggiornare il volto della gerarchia volgendolo verso una forma retorica di giustizia. Il medesimo sistema che sfrutta lavoratrici e lavoratori, devasta ecosistemi e produce povertà, si presenta come portatore di libertà e uguaglianza. È chiaro dunque che la cosiddetta emancipazione è amministrata come politica d’immagine: l’architettura ideologica consente all’apparato di sembrare più raffinato, più inclusivo nella forma – e, proprio per questo, più totale nella sostanza.

Pensiamo alla questione del lavoro domestico. L’analisi femminista lo denuncia come lavoro “non pagato”, concludendo talvolta che ciò provi lo sfruttamento degli uomini sulle donne. Si tratta però di un errore contabile che maschera i rapporti reali. Il salario operaio non è il guadagno personale dell’uomo da cui poi la donna verrebbe esclusa: costituisce piuttosto il reddito familiare, calcolato dal capitale per riprodurre l’intera unità economica – uomo, donna, figli. L’operaio che porta a casa la paga non beneficia del lavoro domestico della moglie più di quanto lei benefici della sua paga. Entrambi si impegnano – lui nel lavoro esterno, lei in casa – per riprodurre la forza lavoro occorrente al capitale. La divisione dei ruoli costituisce dunque una modalità organizzativa del rapporto capitalistico di produzione. Il fatto che uno soltanto riceva formalmente un compenso li danneggia entrambi e non costituisce la prova che il maschile sfrutti il femminile. In realtà, scaricare il lavoro di cura sulla famiglia permette di abbassare il costo complessivo del lavoro.

*Articolo pubblicato su L’interferenza 12-02-2026

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