I Beni Comuni oltre le Stato e il Mercato

digiema
5 Min Read

Dagli edifici abbandonati agli spazi di libertà civica
C’è un pendolo ipnotico che, oscillando sopra le nostre teste da decenni, scandisce un tempo politico ormai esaurito, riducendo l’orizzonte contemporaneo alla rigida alternativa
tra centralismo statale e profitto privato. Siamo rimasti intrappolati in questa dicotomia da Guerra Fredda, persuasi che al di fuori di tali padroni non vi sia salvezza e costringendo il cittadino a scegliersi un ruolo tra l’essere suddito amministrato o consumatore pagante.
Basta tuttavia abbassare lo sguardo dai massimi sistemi alla realtà concreta per accorgersi che la società civile, anticipando la politica, ha già superato questa finta alternativa praticando una terza via che, lontano dalle astrazioni ideologiche, si afferma ogni giorno come pragmatismo civico: la gestione dei Beni Comuni.
Abbandonate le letture sbrigative che relegano questo concetto a un mero retaggio del settore primario, occorre comprendere che la posta in gioco è tremendamente moderna,
poiché la proprietà, cessando di essere un dogma statico fondato sull’esclusione altrui, si evolve qui in strumento di accesso e cura condivisa. Elinor Ostrom, che nel 2009 ottenne il Nobel per l’Economia zittendo i tecnocrati di mezzo mondo, aveva compreso prima di tutti
che la «tragedia dei beni comuni» è spesso una favola raccontata da chi vuole accentrare il potere, dimostrando invece che le persone, se lasciate libere di organizzarsi, non distruggono
le risorse ma le curano, facendolo meglio dello Stato proprio perché quelle risorse le vivono quotidianamente. «Tirare fuori il meglio dagli esseri umani», scriveva la Ostrom, consegnandoci un concetto rivoluzionario in un’epoca che tratta gli individui come numeri
in un algoritmo o codici fiscali in fila allo sportello.
Osservando le nostre città, punteggiate da un arcipelago di rovine fatto di ex caserme,
fabbriche dismesse e palazzi pubblici degradati, si nota come il Leviatano statale le possieda senza sapere che farsene, lasciandole al degrado in attesa di fondi che non arriveranno. Proprio lì, tra quelle crepe, accade l’imprevisto, poiché cittadini, associazioni e gruppi di
quartiere si attivano trasformando quei vuoti urbani in spazi di vita. Questa è sussidiarietà pura, è l’articolo 118 della Costituzione che diventa prassi amministrativa attraverso strumenti come i Patti di collaborazione, i quali rappresentano la rivincita del buon senso sulla carta bollata: l’edificio smette di essere una passività di bilancio per divenire un luogo
dove si genera cultura, lavoro e comunità, mentre lo Stato si ritrae – o meglio, si dovrebbe
ritrarre – per lasciare spazio alla libertà creativa dei singoli, trasformando la proprietà
pubblica in una piattaforma abilitante. Il medesimo principio si applica alla sfera sociale, dove l’evidente fragilità del Welfare, schiacciato dal calo delle nascite e dai vincoli di bilancio, svela come l’idea di uno Stato onnipresente e unico fornitore di assistenza sia divenuta una chimera ormai irrealizzabile. Avendo costruito un sistema freddo, erogatore di prestazioni standardizzate a
utenti passivi, abbiamo dimenticato che la cura è innanzitutto una relazione umana. Anche in questo campo la risposta arriva dal basso con il Welfare di Comunità che, recuperando la
nobile tradizione del Mutuo Soccorso, vede Fondazioni, aziende e volontariato associativo tessere reti di protezione dove il servizio pubblico arriva tardi (o non arriva proprio) e offrendo un modello strutturale dove la solidarietà si dimostra per quello che è, ovvero
un’energia sociale pre-politica che non necessita di timbri ministeriali per attivarsi.
Scommettere sui Beni Comuni significa dunque scommettere sulla maturità del corpo sociale, smettendo di credere che arriverà il politico di turno o il tecnocrate illuminato a
salvarci. Una società libera è quella che sa prendersi cura di se stessa, dei suoi luoghi e delle sue fragilità, riconoscendo che la libertà, non essendo una concessione dall’alto, è un lavoro
da fare insieme, ogni giorno

Condividi