Nel 1957, il lancio dello Sputnik sovietico non fu solo una sconfitta tecnologica per gli Stati Uniti, ma un trauma identitario. Il sistema formativo americano era obsoleto, per assenza di visioni. La reazione, dopo un breve periodo di smarrimento, fu di tipo intellettuale. Nel 1959 il governo degli Stati Uniti invitò Jerome Bruner, psico-pedagogista, a mettere insieme quaranta tra le menti più brillanti del tempo — anche matematici, sociologi, filosofi, chimici, fisici come Jerrold Zacharias — per riscrivere l’architettura della conoscenza. Ne venne fuori il congresso di Woods Hole con lo scopo di cercare e trovare la struttura profonda delle discipline, convinti che l’eccellenza rinascesse solo attraverso un metodo capace di generare una nuova, onesta comprensione della realtà. Oggi, il Sud Italia vive il proprio “shock dello Sputnik”. Lo spopolamento e l’emorragia di energie giovani e intellettuali, più che dati statistici, sono il segno di una crisi di struttura. Senza una visione comune, i nostri istituti scolastici e le nostre università formano intelligenze che altri consumano, e le nostre imprese restano frammentate in un mercato globale che non perdona l’isolamento. Per acquisire l’autorevolezza necessaria a invertire questa rotta possiamo recuperare la nostra legittimazione storica come fondamento della nostra identità. I regni di Ruggero II, Federico II e Manfredi furono domini, questo è vero, ma soprattutto avanguardie di un Mediterraneo integrato. La Napoli di Alfonso V d’Aragona e lo Stato sovrano di Carlo e Ferdinando II di Borbone rappresentarono modelli di centralità politica ed economica. Nostalgie da romanticume? Assolutamente no, è certezza che il Sud è stato grande solo quando si è percepito e pensato come corpo unitario e baricentro marittimo. È la lezione che abbiamo riscoperto analizzando la figura di Giustino Fortunato, il “profeta del Sud”, che per primo comprese come la questione meridionale fosse una questione nazionale ed europea, richiedendo uno sforzo di analisi razionale e non solo emotiva. Il Manifesto di Rionero del 21 Marzo che siamo chiamati a comporre nasce con lo stesso spirito di Woods Hole e con la lucidità di Fortunato. È una chiamata alla ricerca e alla cooperazione per le classi dirigenti: politici, imprenditori, gente di studio, accademici. Propone una Macroregione intesa come aggregatore di forze, un’entità capace di trasformare la prossimità geografica in massa critica negoziale e attrattività investiva. La scelta non è più tra collaborare o restare fermi, ma tra la cooperazione strategica o l’irrilevanza definitiva. Come gli scienziati americani capirono che per vincere la sfida dello spazio serviva un nuovo modo di pensare, noi oggi dobbiamo capire, con la forza della nostra storia e la profezia dei nostri pensatori, che la visione mediterranea è l’unica infrastruttura capace di sostenere il futuro del Sud. Non c’è altra scelta che la cooperazione entro una comune visione.
Macroregione Sud come Progetto: dallo shock dello Sputnik al Manifesto di Rionero di Pasquale Tucciariello