Negli ultimi 30 anni l’economia globale si è organizzata attorno a un principio: l’efficienza. Le linee guida erano: produrre dove costa meno, minimizzare le scorte, mettere a sistema le filiere produttive su scala globale, ridurre il capitale immobilizzato. In sintesi: il successo di un modello economico si misurava nella capacità di comprimere tempi e costi. Oggi quello schema è cambiato. Le guerre in Ucraina e Medio Oriente, le tensioni tra Stati Uniti, Cina ed Europa, la crisi energetica, il rischio cyber e la competizione tecnologica hanno riportato al centro un concetto diverso: la sicurezza. Sempre più spesso imprese e governi accettano costi maggiori pur di ottenere maggiore controllo sulle catene produttive, sull’energia, sulle tecnologie strategiche e sulle infrastrutture critiche. Negli Stati Uniti questo cambiamento è evidente. L’Inflation Reduction Act, varato dai democratici durante la presidenza di Joe Biden, e il Chips Act non sono soltanto programmi industriali, ma rappresentano il tentativo di riportare all’interno del Paese produzioni considerate essenziali, dai semiconduttori alle batterie. Anche la Cina si muove da anni nella stessa direzione, attraverso un modello diverso ma ugualmente coerente, fondato su pianificazione industriale, controllo delle filiere e integrazione tra Stato e industria. In entrambi i casi, il punto non è soltanto crescere, ma ridurre la dipendenza dall’esterno: l’efficienza non è più il valore assoluto attorno a cui organizzare l’economia. Anche l’inflazione riflette questo cambiamento. Per anni la globalizzazione aveva contribuito a comprimere i prezzi grazie all’integrazione delle filiere mondiali. Oggi il ritorno delle barriere geopolitiche e della sicurezza economica produce l’effetto opposto: un sistema meno ottimizzato, più costoso e meno fluido. L’Europa si trova in una posizione più complessa. Per anni ha costruito la propria competitività su apertura commerciale, regole comuni e contenimento dei costi industriali. Tuttavia, in un mondo che torna a ragionare in termini geopolitici, questo modello mostra limiti crescenti. L’energia più cara rispetto a Stati Uniti e Cina, la frammentazione industriale e la dipendenza tecnologica stanno diventando fattori strutturali di debolezza. L’Italia risente di questa trasformazione più di altri Paesi europei. Il suo sistema produttivo è fortemente manifatturiero, orientato all’export e composto in larga parte da piccole e medie imprese, spesso molto esposte alle oscillazioni dei costi energetici e alla difficoltà di sostenere investimenti di grande scala. Per anni la competitività italiana si è basata soprattutto sulla flessibilità e sulla capacità di comprimere i costi, più che sulla capacità di fare sistema e sull’innovazione. Che cosa fare? La nuova fase richiede investimenti in tecnologie, cybersecurity, energia, automazione e controllo delle catene di fornitura. Richiede anche dimensioni industriali maggiori e accesso stabile al capitale. Non è un caso che negli ultimi mesi sia tornato centrale il tema del risparmio privato italiano e della sua capacità di sostenere l’economia reale. Come ricordo da tempo l’Italia dispone di una delle più elevate ricchezze private d’Europa, ma continua a trasformarne solo una parte limitata in investimenti produttivi di lungo periodo.
Cambia il modello mondiale, la sicurezza sostituisce l’efficienza