Un tavolo di concertazione tra Comune di Potenza e Regione per il rilancio del Centro storico della Città Capoluogo

digiema
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Ci sono luoghi che non coincidono semplicemente con uno spazio urbano.
Sono piuttosto un modo
di vivere insieme, una memoria condivisa che continua
a camminare nel presente.
Il centro storico di una città capoluogo appartiene a questa categoria: non è solo un insieme di strade, attività commerciali e palazzi antichi, ma il punto in cui una comunità riconosce se stessa.

Quando quel cuore rallenta, non si svuotano soltanto le vetrine.
Si affievolisce la socialità,
si indebolisce l’economia
di prossimità, si incrina
il senso di appartenenza.
E una città che perde il proprio centro smette lentamente
di percepirsi come città.

Per questo parlare oggi del centro storico non significa difendere nostalgicamente
il passato.
Significa interrogarsi, con serietà, sul futuro reale di Potenza.

Una crisi lunga, fatta di cambiamenti silenziosi

Il declino non nasce da un singolo errore amministrativo né da una stagione politica precisa.
È il risultato di trasformazioni profonde che, sommate nel tempo, hanno cambiato la geografia umana ed economica della città.

Lo spopolamento progressivo ha svuotato le abitazioni.
Il trasferimento in periferia
di uffici pubblici, ordini professionali e servizi ha spostato i flussi quotidiani.
La nascita di quartieri autosufficienti ha ridotto
la necessità di vivere
il centro antico.
L’espansione dei centri commerciali ha modificato abitudini e tempi del consumo.
L’uso crescente del mezzo privato, unito a una mobilità pubblica percepita come poco efficiente, ha reso più distante ciò che geograficamente
è vicino.

Dentro questo quadro, le piccole imprese commerciali
e artigianali hanno continuato a resistere, spesso in silenzio, sostenendo costi economici ed emotivi sempre più pesanti.

Non è dunque una crisi episodica. È una crisi socio-economica e culturale degenerante, che rischia di diventare irreversibile se
non affrontata con lucidità
e urgenza.
Negarla sarebbe comodo.
Affrontarla è invece un dovere morale prima ancora che politico.

Le istituzioni: ruoli diversi, destino comune

Per evitare polemiche sterili occorre partire da una verità semplice.

Al Comune spetta la città concreta:
decoro, sicurezza reale
e percepita, illuminazione, pulizia, accessibilità, mobilità verticale e orizzontale funzionante.
Sono aspetti quotidiani, quasi invisibili quando funzionano, ma decisivi quando mancano.
Perché nessuna economia di prossimità può sopravvivere in uno spazio pubblico percepito come fragile.

Alla Regione spetta invece la visione lunga:
programmazione, strumenti legislativi, risorse finanziarie, politiche di sostegno alle categorie produttive.
In una regione piccola e demograficamente fragile,
il commercio urbano e l’artigianato non sono solo attività economiche:
sono presìdi sociali, luoghi
di relazione, elementi
di coesione.

Non si tratta di rivendicare competenze, ma di riconoscere una complementarità inevitabile.
Perché, se uno dei due livelli istituzionali resta fermo, l’altro non può bastare.

Senza collaborazione vera, nessuna rinascita è possibile

Le misure comunali, da sole, risultano insufficienti.
Le politiche regionali,
se scollegate dal territorio reale, rischiano di restare astratte.

Per questo diventa indispensabile un patto stabile di collaborazione tra Comune e Regione, capace
di superare incomprensioni politiche e stagioni amministrative.
Non un tavolo simbolico,
ma un metodo continuo di lavoro, verificabile nei risultati.

Salvare il centro storico significa infatti:
•   difendere occupazione reale;
•   contrastare lo svuotamento demografico;
•   mantenere viva la funzione di città capoluogo;
•   evitare una marginalizzazione economica e culturale dell’intera regione.

È una questione che supera gli interessi di parte. Riguarda il destino collettivo.

Il ruolo decisivo dei residenti

C’è però un protagonista spesso dimenticato:
chi nel centro storico continua a vivere ogni giorno.

I residenti non sono spettatori del declino o della rinascita.
Sono la condizione stessa perché il centro resti un luogo vivo e non diventi uno scenario vuoto.

Dove abitano famiglie, anziani, giovani coppie, bambini,
lì restano accese le luci, aperte le relazioni, presente la cura quotidiana.
Dove le case si chiudono, nessuna politica commerciale può bastare.

Per questo ogni strategia credibile deve rimettere al centro anche l’abitare:
servizi di prossimità, accessibilità, sicurezza, qualità dello spazio pubblico, incentivi al recupero degli immobili.

Senza residenti non esiste commercio.
Senza commercio non esiste socialità.
Senza socialità non esiste città.

Associazioni, consorzi e partecipazione: la forza dell’aggregazione

Accanto ai residenti, ci sono
le imprese che resistono.
E qui emerge un passaggio decisivo: nessuna impresa isolata può invertire da sola
il declino.

Per questo l’aggregazione tra commercianti, in associazioni, consorzi, reti di collaborazione, non è solo utile, ma strategica.
Allo stesso modo, anche i residenti organizzati in forme partecipative possono diventare interlocutori attivi nelle scelte che riguardano
il quartiere.

In questo quadro, il contributo di realtà come Confcommercio e Confesercenti diventa fondamentale.
Non soltanto come rappresentanza, ma come ponte stabile tra istituzioni, imprese e comunità.

Il loro coinvolgimento nei tavoli tra Comune e Regione dovrebbe essere continuo, strutturato, operativo.
Perché dove pubblico e privato collaborano davvero, la rigenerazione urbana smette di essere uno slogan e diventa un processo concreto.

Ripensare il centro senza nostalgia

Il centro storico non tornerà
a essere quello di decenni fa.
Inseguire quel passato sarebbe l’errore più grande.

Può però diventare qualcosa
di nuovo e più contemporaneo:
residenzialità viva, commercio innovativo di prossimità, artigianato identitario, cultura diffusa, turismo sostenibile, servizi accessibili.

Non un museo immobile,
ma uno spazio produttivo
di qualità urbana.
Un luogo dove vivere, lavorare, incontrarsi.
Un luogo che torni a generare economia insieme a relazioni umane.

La scelta che non può più essere rimandata

Oggi le condizioni politiche per agire esistono davvero.
Esiste la possibilità concreta che istituzioni, categorie economiche, rappresentanze
e cittadini siedano allo stesso tavolo senza pregiudizi.

Ed è proprio per questo che
il tempo delle analisi è finito.

Perché se il centro storico continuerà a svuotarsi,
non scompariranno solo alcune attività commerciali.
Si spegnerà lentamente l’idea stessa di città capoluogo,
e con essa una parte dell’identità della Basilicata.

La domanda diventa allora inevitabile:

vogliamo davvero salvare
il centro storico,
oppure ci stiamo abituando alla sua scomparsa?

La risposta non arriverà dalle parole.
Arriverà dalle scelte.

E questa volta non giudicherà la politica.
Giudicherà il silenzio delle strade oppure il ritorno della vita.

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