Al Vulture l’archeologo canadese Richard Fletcher, docente all’Università di Alberta, ha dedicato studi e campagne di scavo che hanno segnato un momento importante nella ricerca sulla Basilicata antica. Nei suoi due scritti, Il Vulture: il crocevia della cultura dei Lucani e Il Vulture Archaeological Project (entrambi pubblicati in inglese), egli ha restituito una visione affascinante e innovativa del territorio. L’ha ritenuto un laboratorio privilegiato per comprendere come le frontiere culturali si definiscono e si trasformano nel tempo. Fletcher ha insistito sul concetto di “frontiera fluida”, intesa come membrana di scambio. Nel Vulture, tale dinamica si coglie con chiarezza: nell’Età del Ferro era zona di contatto tra Dauni e popolazioni pre-lucane; nel V secolo a.C. accolse l’arrivo dei Lucani, che portarono nuove forme di organizzazione sociale; nel periodo romano divenne un territorio agricolo e produttivo, con ville rustiche e impianti termali; infine, in età
tardoantica e altomedievale, continuò a essere abitato e trasformato, come dimostra il sito di Torre degli Embrici, dove una villa con terme fu convertita in basilica cristiana. Con il suo Vulture Archaeological Project, Fletcher ha avuto la lungimiranza di non considerare il Vulture come
un’area marginale o secondaria. Al contrario, ne ha colto la centralità come laboratorio di storia mediterranea, un osservatorio privilegiato per studiare come nascono, si trasformano e sopravvivono le frontiere culturali. Il suo approccio innovativo ha unito teoria e pratica, non limitandosi a raccogliere reperti, ma leggendo il paesaggio stesso come un sistema di interazioni
culturali di lunga durata. Il Progetto Archeologico Vulture nacque con l’obiettivo di dare
sistematicità a questa visione. Era un piano di ricerca quinquennale, realizzato in collaborazione con
università di Israele, Canada, Australia e Regno Unito. Prevedeva una ricognizione sistematica di un’area di 60 kmq tra Rionero e Atella, con campagne di scavo in siti strategici come la necropoli
lucana di Rionero e la Torre degli Embrici, un complesso straordinario in cui una villa romana con terme fu trasformata in basilica paleocristiana nel VI secolo, rimasta in uso fino al VII secolo. In pochi anni, la ricerca portò alla luce ben 74 siti archeologici in una zona relativamente ristretta,
confermando una densità insediativa sorprendente tra età preromana e romana e rivelando tracce anche di frequentazioni preistoriche. L’approccio era moderno: uso di Sistemi Informativi Geografici (GIS), catalogazione dettagliata dei reperti, interpretazione dei paesaggi nel loro sviluppo di lungo periodo. In sostanza, il Vulture si rivelava, dunque, come un paesaggio storico stratificato, capace di raccontare più di due millenni di trasformazioni. Eppure, a fronte di questi promettenti risultati, il progetto si interruppe. Le difficoltà di finanziamento e la mancanza di continuità istituzionale lasciarono in sospeso le indagini. Così, ciò che avrebbe potuto diventare un punto di riferimento internazionale per la ricerca e la valorizzazione del patrimonio archeologico si è trasformato in un’occasione mancata. Per l’amministrazione comunale di Rionero, che aveva
sostenuto con entusiasmo le prime fasi del progetto, la delusione è stata doppia: non solo non si ebbe modo di completare la mappatura archeologica, ma si è persa anche l’opportunità di farne un motore di sviluppo culturale e turistico. Oggi resta l’eredità degli scritti di Fletcher, che
documentano l’importanza del Vulture e ne svelano le potenzialità ancora inespresse. Essi raccontano di un territorio che ha vissuto la storia non ai margini, ma al centro dei processi di scambio del Mediterraneo. Ricordano che il patrimonio archeologico non è solo un insieme di pietre e reperti, ma una risorsa per la memoria collettiva e per l’identità di una comunità. Tutto ciò avrebbe potuto rappresentare la base per un rilancio culturale e turistico che valorizzasse concretamente il Vulture, sia in Italia che a livello internazionale. Il patrimonio archeologico individuato non è stato pienamente valorizzato, né musealizzato, né sistematizzato con adeguate pubblicazioni scientifiche. I dati raccolti non sono stati sfruttati per соstruire un’identità culturale forte o per promuovere un turismo culturale di qualità, in grado di sostenere economicamente le comunità interessate. Il rischio concreto è che la mancanza di ricerca e di investimento trasformi l’area del Vulture in un territorio
invisibile alla grande narrazione storica e turistica. Le storie, i reperti, le stratificazioni rimangono chiusi nei cassetti della ricerca incompleta o nelle pieghe di una memoria collettiva che svanisce, perdendo un’occasione irripetibile per uno sviluppo sostenibile. Riprendere oggi quella linea di ricerca significa quindi molto più di un mero interesse accademico. L’area del Vulture ha bisogno di essere riconosciuta come un centro vitale della storia mediterranea, da cui partire per costruire un’identità culturale condivisa e fortemente radicata. Significa puntare su un modello di sviluppo che mette in rete archeologia, cultura, paesaggio e comunità locali in modo integrato e sostenibile.
In quest’ottica, le istituzioni pubbliche, gli studiosi, le soprintendenze, ma anche le comunità civiche devono mettere in campo strategie nuove e coraggiose. Occorrono fondi e programmi di ricerca strutturati, ma anche progettualità per la fruizione e la valorizzazione del patrimonio archeologico tramite musealizzazioni, itinerari culturali, eventi di divulgazione e formazione. Solo così si potrà
evitare che l’area, con tutta la sua ricchezza, diventi una semplice cartolina paesaggistica senza
storia. Il caso del Vulture rappresenta un punto di vista più ampio per la ricerca storica e
archeologica italiana, spesso troppo frammentata e dispersa in progetti che non trovano continuità o adeguato sostegno. Il vuoto lasciato dagli scavi interrotti di Fletcher è emblematico di un errore di prospettiva che deve essere corretto se si vuole davvero valorizzare i patrimoni culturali meno noti ma altrettanto cruciali per la comprensione del passato. Sono necessari investimenti a lungo termine, ma soprattutto un cambio di mentalità, che vede il patrimonio culturale non come un peso o una semplice attrattiva estetica, ma come un fattore di identità, coesione sociale e sviluppo territoriale. Solo così potrà finire la stagione dell’oblio e nascere una nuova epoca di ricerca, tutela e valorizzazione.
Il Vulture, crocevia di culture e occasione mancata