L’armonia sociale non nasce dal comando, ma dalla condivisione partecipata. “Il malinteso della guida” di Gaetano Fierro

digiema
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C’è un malinteso che accompagna da sempre la politica: l’idea che guidare significhi decidere, imporre, accelerare. È una semplificazione comoda, perché trasforma la complessità di una comunità in una questione di comando. Ma una comunità non è un’azienda né una caserma. È un organismo fragile, fatto di equilibri instabili, aspettative divergenti e bisogni che spesso non hanno voce. La vera guida politica non è quella che lascia il segno più visibile, ma quella che lascia meno macerie. Governare non è un atto muscolare. È un esercizio continuo di misura, ascolto e responsabilità. Chi cerca il consenso immediato raramente costruisce armonia. Chi costruisce armonia, quasi mai viene celebrato subito. L’armonia sociale non coincide con l’assenza di conflitto.
Anzi, diffidare di una comunità apparentemente silenziosa è spesso un atto di buon senso. I conflitti esistono sempre. La differenza sta nel modo in cui vengono gestiti: se distribuiti, compresi e governati, oppure compressi fino a diventare fratture. Una guida politica equilibrata non promette felicità universale, promessa tanto seducente quanto falsa.
Si preoccupa invece di ridurre le insoddisfazioni, di evitare che si accumulino sempre negli stessi luoghi sociali, sugli stessi ceti, sulle stesse persone. È un lavoro poco spettacolare, ma decisivo. Parlare di ceti sociali può sembrare astratto, ma in realtà è un discorso molto concreto. I ceti non sono categorie teoriche: sono vite quotidiane. Sono tempi diversi, possibilità diverse, margini di adattamento profondamente diseguali. Ci sono persone che possono assorbire un cambiamento senza troppi danni e altre
per cui ogni variazione diventa un rischio. Una politica che ignora queste differenze non è neutrale. È semplicemente cieca. Le decisioni uguali per tutti, spesso, producono effetti profondamente diseguali. Fingere di non saperlo è una forma elegante
di irresponsabilità. Viviamo in un’epoca che scambia la rapidità per efficienza. Decidere in fretta viene visto come segno di forza. Ma le comunità non funzionano come le piattaforme digitali.
Non si aggiornano senza conseguenze. Ogni scelta pubblica modifica equilibri esistenti, spesso in modo irreversibile. L’azione politica che non valuta l’impatto sociale è come una ristrutturazione fatta senza controllare le fondamenta. Può apparire moderna,
ma rischia di compromettere la stabilità complessiva. L’equilibrio richiede tempo, confronto e, soprattutto, la capacità di rinunciare a soluzioni facili. La parola “visione” è tra le più inflazionate del linguaggio politico. Spesso viene ridotta
a una lista di buone intenzioni. In realtà, la visione è la capacità di tenere insieme presente e futuro, sviluppo e coesione, decisioni
e conseguenze. Una guida senza visione rincorre le emergenze e spegne incendi, ma non cambia il paesaggio.
E col tempo, gli incendi aumentano. La visione autentica non promette miracoli. Costruisce continuità. Non divide il mondo in vincenti e perdenti, ma cerca di evitare che qualcuno resti indietro in modo permanente. La mancanza di equilibrio non esplode all’improvviso.
Si manifesta lentamente, attraverso segnali sottili: sfiducia diffusa, cinismo, disinteresse. Le persone smettono di partecipare,
non perché stiano meglio, ma perché non credono più che serva. Quando le decisioni appaiono calate dall’alto e il dialogo diventa una formalità,
il patto sociale si indebolisce. Non servono grandi crisi. Bastano piccole incomprensioni reiterate e disagi ignorati. Alla fine, il prezzo viene pagato da tutti, anche da chi pensava di esserne al riparo. Un po’ di ironia, in politica, non è mancanza di rispetto.
È spesso l’unico modo per restituire proporzione.
L’ironia smaschera le contraddizioni senza urlare, mette a nudo l’assurdo senza bisogno di invettive. Prendersi troppo sul serio è uno dei segnali più evidenti della perdita di contatto con
la realtà. Le comunità, invece, riconoscono subito quando una decisione è distante
dalla vita reale. E spesso lo fanno con un sorriso amaro. La guida politica non è un titolo, ma una pratica quotidiana di responsabilità. Responsabilità significa sapere che ogni scelta produce effetti, anche non previsti. Significa correggere quando serve, senza viverlo come una sconfitta.
Una comunità non chiede perfezione. Chiede onestà, coerenza e capacità di apprendere. Chiede che chi guida non si senta sopra, ma dentro. Che non confonda
il consenso con la giustizia e il silenzio con l’approvazione. Forse tutto si riduce
a questo: governare senza rompere. Senza spezzare equilibri che poi nessuno sa più ricostruire. Senza creare vincitori momentanei e sconfitti permanenti. Una comunità non ha bisogno di guide infallibili, ma di guide consapevoli. Capacità rara, silenziosa, poco spettacolare.
Ma essenziale. Perché l’armonia sociale non nasce
dal comando, ma dalla comprensione. E l’equilibrio, quando c’è, non fa rumore.
Ma quando manca, lo sentono tutti.

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