Al brainstorming del 12 febbraio scorso, nel castello belga di Alden Biesen, i leader dei Ventisette hanno ascoltato gli interventi dei due ex premier italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, tornati sulle loro analisi ponendo al centro una questione fondamentale: l’organizzazione del potere economico europeo e il passaggio dalla diagnosi alla costruzione di strumenti operativi comuni. Draghi ha richiamato urgenze che sono sotto gli occhi di tutti: energia strutturalmente più cara rispetto ai principali concorrenti, produzione industriale in contrazione, mercati dei capitali frammentati. Si tratta di fattori decisivi che incidono sulla capacità di investimento e sulla competitività di lungo periodo. Letta ha indicato una direzione: passare da ventisette sistemi a un unico spazio integrato, capace di mobilitare risorse e ridurre le duplicazioni. La convergenza tra i due interventi è evidente: senza scala non esiste competitività e senza integrazione la scala resta irraggiungibile. Sono temi che sottolineo da tempo. Tuttavia, il punto non è soltanto regolatorio e non può essere risolto con un’ulteriore stratificazione normativa. Il nodo è finanziario. L’Unione europea è un’area ad alto risparmio privato, ma questo risparmio non si trasforma in modo sistematico in capitale strategico comune. I mercati restano prevalentemente nazionali, le regole fiscali disomogenee e gli strumenti di investimento frammentati. In queste condizioni, la politica industriale rischia di restare dichiarativa, priva della massa critica necessaria per competere su scala globale. La Germania ha avviato un massiccio programma di investimenti pubblici, orientato a difesa, infrastrutture e transizione energetica. È una scelta coerente con la nuova fase geopolitica, ma pone una questione europea non secondaria: se la spinta resta nazionale, il rischio è quello di ampliare le asimmetrie interne. In un mercato unico incompleto, l’espansione di uno Stato può tradursi in divergenza anziché in convergenza. Senza strumenti comuni di finanziamento e coordinamento, la coesione si indebolisce e la scala si sposta altrove. Lo stesso vale per i settori strategici: difesa, semiconduttori, intelligenza artificiale. Non è sufficiente individuarli o inserirli in documenti programmatici. Occorre consolidare domanda pubblica, capacità industriale e accesso al capitale in un quadro integrato, superando la frammentazione che oggi disperde risorse e competenze. L’autonomia strategica non nasce da un elenco di priorità, ma da una filiera finanziaria e produttiva coerente, capace di sostenere investimenti di lungo periodo. Il cosiddetto federalismo pragmatico evoca una soluzione semplice nella formulazione, ma complessa nell’attuazione. È necessario decidere, finanziare e competere insieme. È un metodo più che una teoria istituzionale. La competitività non è un obiettivo programmatico, ma la conseguenza di un’architettura: energia sostenibile nei costi, capitale integrato, industria coordinata. L’Europa non deve essere un grande ente regolatore, ma diventare un attore economico capace di scala. La differenza non riguarda l’enunciazione dei principi, ma la capacità concreta di trasformare il risparmio in potenza industriale e la cooperazione in leva strategica. Su questa architettura si misurerà la solidità della competitività europea nei prossimi anni.
Competitività europea, la questione della scala