Studiare il rapporto tra le radici della filosofia greca e lo sviluppo della scienza significa riconoscere nell’epistemologia occidentale l’attuazione di un antico progetto ontologico, una traiettoria che si dipana dalle prime intuizioni sull’unità dell’essere fino alle odierne strutture della tecnica digitale. Il pensiero parmenideo ha consegnato alla storia una matrice formale basata sulla continuità e sulla piena pensabilità del reale. Tuttavia, per comprendere l’efficacia e, al contempo, il limite di questa eredità, è necessario operare una distinzione tra i due piani in cui agisce il concetto di “essere”.
Da un lato, incontriamo l’Essere inteso come pienezza fisica e ontologica. È l’immagine della realtà concepita come sostanza compatta, omogenea e priva di fessure; una totalità sferica che non ammette gradi né interruzioni. In quest’accezione, l’Essere è l’oggetto ultimo della conoscenza, un “pieno” che esclude il nulla come errore logico e impossibilità fisica. In fondo, è l’ipotesi di un universo inteso come sistema chiuso, nel quale la stabilità del fondamento garantisce la verità del discorso. Qui, l’intuizione originaria agisce come il primo postulato di conservazione. Esso impone l’idea che la realtà sia una presenza eterna e imperturbabile, sottratta all’abisso della negazione.
Dall’altro lato, la razionalità occidentale ha trasformato questa pienezza nell’essere in funzione logico-equazionale: la copula “è” agisce come operatore di identità. In questa trasmutazione, l’essere diventa lo strumento del logos per stabilire definizioni stabili (A=A), consentendo così la matematizzazione del mondo. La scienza non si limita a osservare l’Essere ma utilizza questa funzione logica per isolare porzioni di mondo, stabilizzando il flusso fenomenico in variabili manipolabili. La “verità rotonda” parmenidea diventa così precisione del calcolo e capacità di previsione: la realtà viene resa trasparente affinché non vi siano zone d’ombra che resistano alla presa dell’intelletto.
Nella modernità avanzata, questa logica della saturazione giunge al suo culmine. La tecnica cibernetica (per esempio) non si accontenta di contemplare l’immobilità ma usa l’essere come un dispositivo di governo per forzare il divenire entro schemi di prevedibilità assoluta. Il divenire viene trattato come un passaggio tra stati di sistema già previsti, annullando così la vertigine del vuoto. Non è il reale a essere diventato fisicamente “parmenideo” ma è l’apparato epistemico che opera una rimozione sistematica di ogni discontinuità, nel tentativo di colmare il vuoto con la presenza rassicurante del dato.
Tuttavia, proprio in questo sforzo di gestione integrale, emerge la rimozione fondamentale operata dalla logica scientifica. Qualsiasi affermazione e definizione tecnico-algoritmica dimentica di confrontarsi con l’abisso su cui è esposta e da cui, fondamentalmente, è emersa. In questo senso, il vuoto costituisce la condizione di possibilità della determinazione stessa. Non vi è essere che non emerga da un vuoto che lo ha generato e autorizzato. Affinché una forma appaia, deve distaccarsi da un fondo indeterminato; affinché un ente sia “questo”, deve essere circondato da ciò che non è. La determinazione è, per sua natura, un’emersione, una scolpitura nel nulla.
Se l’eredità che nasce e si sviluppa dalla prospettiva parmenidea, tuttavia, trascura il fatto che ogni identità logica è un’isola tesa sopra un abisso di infondatezza, il reale continua a produrre scarti e fratture che la funzione equazionale non può ricucire. I “vuoti” che la matematizzazione cerca di saturare sono i luoghi in cui la complessità resiste, ricordandoci che l’essere come strumento di potere prometeico non potrà mai coincidere con l’Essere come mistero della presenza. Se l’essere è generato dal vuoto, ogni determinazione porta in sé la traccia di questa fragilità radicale.
La verità dell’essere non risiede dunque nella rimozione del vuoto ma nella capacità di abitare l’esposizione al nulla da cui ogni cosa, silenziosamente, scaturisce.