Ci mancava. Un’apertura sul Palazzo Fortunato. Sul Palazzo che ospitò il re di Napoli Giuseppe Bonaparte e il borbonico re Ferdinando II, il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’età liberale Giuseppe Zanardelli Benedetto Croce e Nitti e Salvemini ed esponenti altrettanto autorevoli della politica e della cultura; un’apertura che non fosse limitata agli addetti ai lavori ci mancava davvero. Certo che se ne parla, ma chi ignaro di vita e miracoli dei Fortunato si prendesse la briga di salire su a darvi un’occhiata lungo le spoglie stanze correnti una nell’altra, svuotate dai lontani – ironia della sorte! – ereditieri Alliata dei preziosi arredi e dipinti d’inestimabile valore e di porcellane d’epoca e di tutto ciò che fa una dimora di altissimo profilo e oggi riconvertite in sale museali e di lettura, non credo ne uscirebbe appagato se non pieno di una insignificante scatola vuota.
Ebbene sì, un’apertura ci mancava. Ci mancava una guida che riaprisse all’immaginario collettivo un varco nelle nebbie dalle quali si è avvolti circa la Famiglia di Don Giustino junior. “Un Palazzo una Famiglia una Biblioteca”: già dal titolo s’indovina come il libro dell’Autrice, la già Direttrice della Biblioteca Fortunato Dott.ssa Luisa Lovaglio oggi in pensione, si presti all’uopo. Non era scontato si badi, perché nel suo intento il libro sembrerebbe rispondere più che altro a un impulso essenzialmente soggettivo, intimo, a una prorompente curiosità propria di chi aggirandosi e rigirandosi, per ovvie necessità di lavoro, tra ambienti riconvertiti e tuttavia conservativi del non so che della pregnante atmosfera di antico sopravvissuta alla violenza del tempo – e degli uomini, dalle ‘cose’ dei Fortunato viene infine catturata fino ad accostarvisi e da qui a maneggiare e a sfogliare a leggere e ad appuntare sarà stato il tutt’uno per cui alla fine si sarà immersa in quel mondo così a fondo da convertire, via via che una materia alla sua sensibilità così intrigante si dipanava alla coscienza, l’originario bisogno, soggettivo, di sapere nella oggettivazione formale di un preciso quanto collaudato disegno comunicativo qual è appunto la narrazione. Non saprei se la Dott.ssa impugnando penna e carta ne avesse coscienza, fatto sta il libro si presta, a mio avviso, a una duplice interpretazione, a una lettura autobiografica in quanto narrazione di un percorso di conquista e quindi di crescita intellettuale del tutto personale, e a una lettura oggettiva, come ciò che avendo scoperto come valore in sé è ciò per cui di quella famiglia valesse la pena che altri sapessero. Letto così, “Un Palazzo Una Famiglia Una Biblioteca” non sarebbe diverso da un libro di autoformazione per sé e squisitamente divulgativo per chi legge. Naturalmente, con ricadute non da poco sulla qualità del lavoro di Direttrice, attenta a non tradire la dimora che sa di una grande Famiglia; a farne cioè, tra stagioni teatrali mostre di pittura di alto profilo e presentazioni di libri di autori di risonanza nazionale, luogo di irradiazione di Cultura se non di pareggiare di accostarsi all’altra, aggiungendo così prestigio a prestigio. Sulla medesima lunghezza d’onda è la scelta fortemente voluta e caparbiamente perseguita – anche grazie alla entusiastica disponibilità di preziosi collaboratori quali la Signora Barone e Roberto Pallottino – di aderire al Progetto di Catalogazione SBN del Sistema Nazionale promosso dal Dipartimento Cultura della Regione Basilicata; un’adesione che prima che un passaggio tecnico è stato concepito come un passaggio culturale di valorizzazione ulteriore della immaterialità dei preziosi ‘avanzi’: un passaggio che il don Giustino junior geloso dei propri libri ma aperto al mondo come testimonia la galleria de “la mia collezione politico-fotografica” in bella mostra lungo le pareti delle antiche stanze, avrebbe massimamente apprezzato che il patrimonio librario, il Fondo librario antico di Famiglia e la sua biblioteca personale, fosse consultabile in ogni angolo del pianeta senza che venissero materialmente spostati dal loro luogo naturale.
Insomma una chiave di apertura. A tal fine si presta la lettura del libro della Dott.ssa Lovaglio. Una chiave per chi varcata la soglia dell’androne voglia accedere alla spettacolarità dei sontuosi, maestosi giardini contrappuntati da alberi oggi centenari senza inciampare nel nulla, e risalendo e ripercorrendo la disorientante trafila degli interni avrà finalmente la risposta se si domandasse circa il motivo per il quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano avesse scelto la Casa Fortunato per la sua l’appassionata dissertazione sulla Questione Meridionale; o il motivo per cui il Palazzo oggi è monumento nazionale – grazie peraltro anche al libro suddetto, che avrebbe fornito argomenti a chi in Parlamento si sarebbe battuto perché fosse dato un così alto tributo a colui che in Parlamento si era battuto per anni per sollevare le sorti del Sud. Il libro però si badi, non è solo un insieme informativo, si pone o meglio impone argomenti su cui riflettere circa il ruolo e la statura dei Fortunato, tanto più se rimandano a significati più profondi sui quali si accusa la distrazione, non voluta né provocata, della comunità locale. Che essi abbiano significato cosa, più di quanto si credesse, dal taglio del libro si evince con sufficiente chiarezza. D’altronde è scolpito nella dimensione psicologica del Palazzo, che collocato dov’è sta bene come e dove sta. Certo che c’entra l’adattamento visivo, ma all’occhio lo scenario di una composta armonia tra la magnificenza del Palazzo che nel fare da limite alla piazza ne amplifica lo spazio, si presenta così, come un palcoscenico peraltro al cuore del quale punta la sovrastante cavea dei quartieri storici: come a prestare lo sguardo alla Famiglia Fortunato come alla più potente del casale di Rionero? Può essere. E tuttavia la questione resta irrisolta: perché dei Fortunato si sa così poco e se si sa è per sentito dire, per trasmissione di una memoria che spesso sconfina nella leggenda, a volte in chiaroscuro: in altre parole perché nella memoria collettiva la storia dei Fortunato è rivissuta in termini di presa di distanza? Indubbiamente la discontinuità residenziale di alcuni dei suoi esponenti più illustri prima ma più di tutto l’estinzione del casato avranno in qualche modo pesato sulla tenuta della memoria, il che però non pare basti a spiegarne gli strappi nei compaesani del “selvaggio borgo natio”. Eppure non c’è pagina del libro che non coli orgoglio. Nulla di scandaloso ovviamente, dopo tutto i rioneresi e non solo questi dovrebbero sentirsi debitori nei confronti del Fortunato per il lustro di cui godono a tutt’oggi. Noi però non faremo nostra la tentazione dell’Autrice, non c’è forma di provincialismo che paghi se non nella misura in cui ripiega nella illusione di una grandezza impropria. Tanto più che all’ombra del campanile i rapporti con la Famiglia non furono sempre idilliaci: i Fortunato erano pur sempre tra i potenti da tenere a distanza! Né poteva essere diversamente. Era inevitabile che in società come quella borbonica prima e post-unitaria e liberale dopo inclusa la parentesi fascista, gerarchizzate, bloccate sulla stratificazione di classi ben definite per censo e quindi per ruoli sociali, i Fortunato fossero visti dai meno abbienti, dagli esclusi, come gli ‘altri’, più da odiare in quanto possidenti la ‘roba’ che da simpatizzare, da rispettare sì, in quanto dipendenti in un modo o nell’altro, e al bisogno da ossequiare come si conviene a chi eserciti sui più deboli potere di vita o di morte; insomma da vedere come “nemici di classe” in quanto causa delle loro miserabili condizioni di vita. Certo, le analisi marxiste dell’Italia repubblicana hanno indubbiamente contribuito a rafforzare un così radicato pregiudizio di classe, e così la questione vera non viene neppure sfiorata: rispetto ai Fortunato i rioneresi furono inclusivi o autoesclusivi i Fortunato, in forza della posizione di classe, rispetto ai rioneresi? A giudicare dalla biografia dei due Giustino parrebbe che un problema del genere non si ponga: in fondo il Giustino senior, “una delle personalità più complesse e controverse del suo tempo”, come scrive Santacroce a proposito di un contratto agrario capestro circa un terreno in quel di Maddaloni dato in fitto a dei lavoratori; il combattente a favore della Repubblica partenopea nonché fondatore della Società Pontaniana oggi Accademia assieme agli amici frequentatori dei salotti della sua casa napoletana del calibro di Vincenzo Cuoco e del poeta Vincenzo Monti, e Presidente, nel 1847, dopo una strepitosa carriera burocratica, del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri, in fondo dicevo, fu pur sempre colui alla cui intercessione presso l’allora re di Napoli Murat si deve l’elevazione di Rionero (e unitamente di Giffoni, terra degli avi in linea paterna) a Comune Autonomo! In quanto al pronipote Giustino junior che dire. Il discepolo più amato del De Sanctis, una personalità per vastità di cultura e profondità di pensiero tra le più eminenti del suo tempo; il più grande meridionalista dell’età liberale; il Giustino della battaglia contro la malaria, forte della persuasione che “non intende un’acca di tutta la storia del Mezzogiorno chi per poco prescinde dalla malaria”; il Giustino che aveva fatto della lotta di contrasto al sottosviluppo dei Sud una sorta di missione, lui uomo di pensiero ma anche colui che si è battuto, durante la sua lunga carriera di deputato, per spezzare con le ferrovie, giustamente intese come potenti fattori di sviluppo, l’isolamento di un Sud abbandonato a sé stesso; il medesimo il cui lascito perenne alle comunità del posto furono appunto le tratte Rocchetta – Potenza e la Gioia del Colle – Rocchetta Sant’Antonio; il Fortunato chiamato don Giustino non tanto per riverenza verso ‘l’altro’ quanto con l’accento confidenziale dovuto a uno dei ‘nostri’, credo l’unico entrato di prepotenza nella vita della sua città natale, il sostenitore dei concittadini più in vista per ingegno e cultura, lo stesso che ha scritto della sua famiglia, e tuttavia se qualcosa, malgrado gli scritti storici su Rionero e dintorni e la disseminazione di lapidi riferite a questo e quell’evento, se oggi qualcosa sappiamo lo si deve al bel libro della Dott.ssa Lovaglio. Come pure in merito all’Azienda agricola di Gaudiano. Senza la sterzata del compianto Nino Calice, deputato comunista, che per primo, col suo lavoro “Ernesto e Giustino Fortunato”, ha posto l’accento sulla eccellenza di un’azienda che estesa per tremila ettari tra Lavello e la contigua Puglia, per organizzazione complessiva della produzione dalla agricola alla zootecnica e le innovazioni introdotte in tutti i settori produttivi fu considerata come la prima nel Mezzogiorno, modello osservato, studiato da esperti di cose agricole di ogni parte d’Italia, senza dire degli interventi di bonifica antimalarica promossi da Ernesto lungo la langa dell’Ofanto, precondizione di fatto rispetto al futuro Parco Regionale Naturale a protezione della straordinaria diversità dei luoghi.
Orbene, malgrado don Giustino la domanda resta inevasa. La domanda intendo, sul dare e sull’avere. Tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 Rionero risulta essere l’abitato più popoloso della Basilicata dopo Matera. Un così prepotente sviluppo demografico a chi o a cosa fu dovuto, alle attività degli allevatori di bestiame Fortunato in primo luogo, o non piuttosto alla felice posizione di Rionero, crocevia dei traffici interregionali. In quel tempo di favorevole congiuntura il paesaggio urbano locale si trasforma, sorgono, a dimostrazione della prorompente vitalità economica, nuovi palazzi signorili e nuovi signori crescono, e si assiste alla concomitante espansione delle attività dei Fortunato prima verso Monticchio divenuto appetibile a seguito di disboscamento necessario a sostenere la crescita urbana del paese, e poi verso Gaudiano e quindi verso l’antica, federiciana Lago Pensile. Ebbene, se le cose stanno così, se a fare Rionero non furono i Fortunato ma Rionero a fare le fortune dei Fortunato, cosa questi hanno restituito in cambio. Si è detto dell’interessamento di Giustino senior in merito alla elevazione di Rionero a Comune Autonomo, certo non cambia molto supporre che l’abbia fatto a soddisfazione degli interessi di Famiglia, interessata in una fase di crescita quale quella del momento, alla liberazione dei terreni del casale da lacci e lacciuoli feudali, dopo tutto se non siamo all’affermazione del regime della proprietà privata postunitaria poco ci manca, perlomeno la strada è aperta: sicuramente l’ambizione se non la necessità di nuovi terreni di una dinamica famiglia imprenditoriale, una ulteriore spinta alla crescita economica di cui hanno beneficiato coi Fortunato anche i signori locali che in quel periodo vengono ad affacciarsi alla ribalta della scala sociale apicale, l’hanno data, ma per il resto nulla. Né va addebitato ai Fortunato se in seguito, mutate le condizioni storiche, Rionero è riprecipitata (messo in parentesi il brigantaggio e dopo un’800 all’insegna della presenza attiva di Giustino) al rango di un paese di modesta se non di scarsa importanza, svuotato come i tanti del Sud, dal fallimento di una politica unitaria miope ed egoistica che ha spalancato le porte all’unica prospettiva rimasta in piedi: l’emigrazione. Tanto di ciò che era rimasto delle famiglie gentilizie e dei Fortunato medesimi quanto, naturalmente, di grandi masse di contadini alla fame. Oggi dell’’eredità dei Fortunato cosa ci è rimasto, non è poca cosa, ci è rimasto il magnifico Palazzo strappato agli eredi e la prestigiosa biblioteca anche questa sottratta alla depredazione ereditaria, sicché senza la figura di don Giustino che giganteggia su tutti, e la lungimiranza degli amministratori locali, di cosa dei Fortunato saremmo orgogliosi. Eppure l’orgoglio di cui il libro della Dott.ssa Lovaglio si accende, l’afflato per così dire, di inclusione e di apparentamento, come se la comunità partecipasse essa stessa della grandezza di quella Grande Famiglia, parrebbero tradire un sentimento comune di cui l’Autrice si sarebbe fatta alfiere. Non so se è un modo di scongiurare quella parte di estraneità che pure ci appartiene, certo si è che il difetto identitario resta. Voglio con ciò dire che “Un Palazzo Una Famiglia Una biblioteca” è un libro che sì, parla della Famiglia Fortunato ma parla soprattutto di noi, di come noi ci poniamo nei confronti di chi in quel Palazzo ci ha abitato, per poco o per molto che fosse, perché il libro per come si pone e per come pone la questione Fortunato un merito ce l’ha; ce l’ha per ciò che esige: leggendo, proponendoci la storia di una eccezionale Famiglia, grazie alla quale ancora oggi il nome di Rionero circola in Europa, ci propone in effetti di ripensarci ripensando il nostro passato alla luce di ciò che una grande famiglia come quella dei Fortunato significa per una disorientata, spersa e dispersa comunità qual è oggi la nostra.
A tal proposito un convegno sul tema, a partire dal libro della Dott.ssa Lovaglio, sarebbe auspicabile. Non so se si tratta di un tema marginale, secondario, so di certo però che una meteora caduta come corpo estraneo qui nel profondo di un Sud un tempo paradiso del Mediterraneo, dal quale avesse preso e sul quale fosse cresciuto fino ad esprimersi al meglio, a detrimento dei più deboli, è ciò che sarebbe opportuno sapere. Una questione che si pone alla luce della mai risolta Questione Meridionale, se sia da coniugare al passato remoto o se il passato remoto ci restituisce una stagione luminosa, spenta semmai dalla cesura di una unificazione del Paese mai davvero compiuta. Saperne di più insomma, è sapere di più di noi stessi, della nostra collocazione nella storia e di ciò che andrebbe fatto per cambiarla a nostro favore.
”Storia di Un Palazzo, di Una Famiglia, di Una Biblioteca”. Un libro da meditare di Antonio Pallottino