“Un paese vuol dire non essere soli / sapere che nella gente, nelle piante / nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando / non ci sei resta ad / aspettarti.”
Ce lo ricorda Cesare Pavese, e sembra quasi l’esperienza naturale di quanti sono partiti e ritornati, oppure sopravvivono nella imperitura nostalgia. Nei versi di Giorgio Caproni, “Generalizzando” si innesta quel seme di libertà legato ai giochi dell’adolescenza, i tanti film guardati insieme ai compagni di quella età fatta di sale fumose. In piedi nel cinema Arcobaleno, vidi con mio padre “Il Vangelo secondo Matteo” di Pasolini: egli mi indicò in alcune sequenze quei luoghi del film ove viviamo, in Basilicata. E il mio primo film, che il cugino Paolo mi portò a vedere in quella sala che un tempo era una chiesa sconsacrata, “Lassù qualcuno mi ama”, la folgorazione, la Via di Damasco.
Ecco, Caproni:
“Tutti riceviamo un dono. Poi, non ricordiamo più né da chi né che sia. Soltanto ne conserviamo
– pungente e senza condono – la spina della nostalgia.”
Cinema e nostalgia di Armando Lostaglio