Il 16 giugno 1944, in un campo aperto a Saint-Didier-de-Formans, vicino a Lione, cadeva sotto i colpi di un plotone d’esecuzione nazista un uomo anziano, torturato ma non piegato. Accanto a lui, un giovane partigiano tremava. L’uomo gli strinse la mano e disse soltanto: «Non temere, ragazzo, non farà male». Quell’uomo era Marc Bloch, co-fondatore delle Annales d’histoire économique et sociale, francese di origine ebraica, patriota e, forse, il più grande storico del Novecento.
Tutto parte da una richiesta disarmante che il figlio pose al padre: «Papà, spiegami a che serve la storia». Da qui nasce l’incompiuta Apologia della storia o Mestiere di storico, testamento spirituale in cui la disciplina diviene «la scienza degli uomini nel tempo». Ma per comprendere la portata etica di questo mestiere, bisogna guardare oltre la semplice narrazione.
Bloch ci insegna che lo storico non è un giudice che emette sentenze definitive, dividendo i “buoni” dai “cattivi”, ma, piuttosto, un giudice istruttore incaricato di una vasta inchiesta. Il suo compito non è credere ciecamente ai testimoni, poiché «non ci sono buoni testimoni cui affidarsi una volta per tutte», ma incrociare le deposizioni e smontare le menzogne. Eppure, questa ricerca è un cammino in salita verso un orizzonte irraggiungibile. Marc Bloch lo sapeva, e con lui Edward H. Carr, che lucidamente scriveva: «I fatti storici non ci giungono mai in forma “pura”, dal momento che in questa forma non esistono e non possono esistere: essi ci giungono sempre riflessi nella mente di chi li registra».
Se la verità assoluta è impossibile da afferrare, perché ostinarsi a inseguirla? Perché è proprio in questa tensione che risiede la nostra libertà. Bloch aveva compreso un meccanismo sociale fondamentale: «L’errore non si propaga, non si amplia, non vive se non a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita».
Ecco il cuore politico della lezione di Bloch: il metodo critico serve a bonificare quel «terreno di coltura». Imparare a verificare le fonti significa impedire alle manipolazioni del potere – o alle «false notizie» che alimentano i totalitarismi – di attecchire. Lo storico, dunque, mette ordine per evitare che la società diventi vittima delle proprie allucinazioni.
È qui che la riflessione storiografica incontra l’urgenza dell’azione, segnando il definitivo tramonto dell’antico topos della Historia magistra vitae. Di fronte all’accelerazione della modernità, le vecchie certezze non bastano più. Come ha sottolineato Reinhart Koselleck nel suo saggio, riprendendo una lucida intuizione di Henry Adams: «Tutto ciò che poteva sperare un maestro di storia non era più insegnare come si dovesse agire, ma al massimo come reagire».
E Marc Bloch reagì. Quando la Francia crollò nel 1940, Bloch non scelse la via della fuga accademica, ma entrò nella Resistenza. Non lo fece nonostante fosse uno storico, ma proprio perché lo era. Per lui, il rigore nella ricerca della verità non poteva fermarsi sulla soglia dello studio. Se la storia è critica, analisi e smascheramento del falso, allora lo storico non può restare inerte quando la mistificazione si fa regime e oppressione. La lotta partigiana divenne, in fondo, l’ultimo capitolo del suo «Mestiere». Aveva capito che la civiltà della menzogna – quella nazista – si poteva sconfiggere solo opponendo la forza della verità e la dignità dell’uomo libero.
Per il suo epitaffio non volle titoli accademici. Chiese che sulla sua pietra fossero incise solo due parole latine, sintesi di una vita spesa tra gli archivi e la macchia, al servizio della dignità umana: Dilexit veritatem. «Amò la verità». Oggi, onorare Marc Bloch significa continuare ad amarla, quella verità, e difenderla ovunque sia minacciata.
Bloch, la storia e la libertà di Nicola Ciervo