Respinto l’assalto alla magistratura

digiema
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Il referendum sulla giustizia si chiude con una vittoria del No, che va ben oltre il dato numerico ed assume un significato politico preciso: il tentativo di modificare l’equilibrio costituzionale dei rapporti tra magistratura e politica non ha convinto il Paese.
Non ha funzionato la narrazione semplificata di una magistratura da “normalizzare”, né quella di una riforma presentata come tecnica, ma percepita da molti come funzionale ad interessi politici contingenti.
Il risultato parla chiaro. Quando entrano in gioco i principi fondamentali della Costituzione – in questo caso l’indipendenza della magistratura – una parte significativa della società civile risponde. Nonostante anni di disaffezione, di astensionismo crescente e di sfiducia verso le istituzioni, esiste ancora un tessuto democratico capace di attivarsi quando la posta in gioco è alta. È questa è sicuramente la buona notizia politica.
Tuttavia, fermarsi alla lettura celebrativa sarebbe un grave errore, perché, se da un lato il No segna una battuta d’arresto per chi immaginava una giustizia più permeabile alle pressioni della politica, dall’altro, l’esito complessivo del voto restituisce l’immagine di un Paese profondamente diviso.
Una parte significativa degli elettori non è certo contenta di come oggi funzioni la giustizia.
Ma vorrebbe non una giustizia indebolita, bensì una giustizia migliore, più efficiente, ed è qui che la politica mostra la sua vera fragilità.
Incapace di offrire risposte credibili, si rifugia spesso in scorciatoie propagandistiche o in riforme percepite come strumentali.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: livelli di fiducia ai minimi storici, un elettorato sempre più distante e una partecipazione che crolla nelle consultazioni per l’elezione dei propri rappresentanti politici.
Il referendum, in questo senso, è uno specchio impietoso. Non è sufficiente mobilitare i cittadini su singole battaglie, per ricostruire un rapporto solido tra cittadini e istituzioni. Serve una visione e la capacità di affrontare i nodi strutturali della giustizia, innanzitutto i tempi lunghi e l’accesso equo da parte dei cittadini.
Ma serve farlo senza mettere in discussione i pilastri dello Stato di diritto.
C’è poi un altro dato che non può essere ignorato: l’astensionismo, che ha caratterizzato le ultime elezioni regionali.
Anche quando il tema è rilevante, una quota crescente di cittadini sceglie di non partecipare.
Non è solo disinteresse, ma anche sfiducia e la percezione che il proprio voto non incida realmente.
Un problema democratico enorme, che nessuna forza politica può più permettersi di sottovalutare.
Perciò, la questione della riforma della legge elettorale torna ad essere centrale.
Restituire agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti, ad esempio attraverso il voto di preferenza, non è una panacea, ma può essere un passo nella direzione giusta.
Ridare voce significa anche responsabilizzare chi viene eletto, ricostruire un legame oggi spezzato.
La vittoria del No, dunque, non chiude una stagione, semmai ne apre un’altra.
Dice che esiste ancora un argine democratico quando si toccano i principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
Ma dice anche che quel presidio è fragile, che non può essere dato per scontato e che, soprattutto, non basta a colmare il vuoto lasciato da una politica in affanno ed incapace di dare una risposta soddisfacente ai bisogni della comunità.
La sfida, adesso, è tutta lì: recuperare fiducia, smettere di inseguire emergenze costruite e tornare a risolvere i problemi dei cittadini, a partire da una giustizia che funzioni davvero. Perché senza giustizia, e senza fiducia, la democrazia resta in piedi solo formalmente, e prima o poi rischia di svuotarsi e di rimanere una cornice vuota.

*Da “Il Quotidiano del Sud”

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