L’eliminazione è arrivata. Ancora una volta. Con la solita sceneggiatura che conosciamo a memoria: nervosismo, confusione tattica, un’espulsione che diventa alibi, e alla fine il silenzio tombale di chi non sa prendersi le proprie responsabilità fino in fondo. Occorre avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Il calcio italiano è immerso in una situazione ambientale e culturale orrenda, e l’ultima débâcle ne è solo la logica conseguenza.
Partiamo dalle fondamenta. Gli stadi: monumenti fatiscenti, vuoti o semi-vuoti, proprietà dei comuni che strozzano i bilanci, mentre in mezza Europa gli impianti sono centri di business e identità.
C’è poi una questione europea che fingiamo di non vedere. Il mercato unico, con la sua logica di libera circolazione dei lavoratori, nel calcio ha prodotto l’effetto opposto a quello che servirebbe alle nazionali: ha accelerato la desertificazione dei territori locali. Oggi un club italiano può riempire la rosa con giocatori presi da ogni angolo d’Europa (e del mondo) senza alcun vincolo, e questo non è più “apertura” ma semplice convenienza economica. Il vivaio diventa un costo, il prodotto locale un optional. Il risultato è che la capacità di produrre talenti si è prosciugata: i posti sono occupati da chi arriva da fuori con un curriculum già pronto e zero radicamento. E intanto le leghe europee più ricche – Premier League in testa – pompano miliardi che da noi nessuno può investire, trasformando i nostri campionati in campi di addestramento per giovani rampanti o ultima spiaggia per vecchie glorie. Senza regole che proteggano i vivai e i territori, la libertà di mercato provoca inesorabilmente la morte delle periferie. E noi, calcisticamente, va ammesso senza reticenze, siamo diventati una periferia.
E la gestione padronale della Federazione? Quella è la ciliegina sulla torta. Una Federcalcio che sembra più un condominio in guerra tra comproprietari che un ente con un progetto. Da anni si litiga su poltrone e riforme, ma il risultato è sempre lo stesso: la nazionale arriva agli appuntamenti importanti con le polveri bagnate.
Puntualmente, quando arriva il momento di giocare, emergono anche scelte tecniche che lasciano basiti. L’Italia si ritrova in dieci uomini, situazione di emergenza, e invece di stringere i denti con pragmatismo, si insiste con quinti di ruolo difensivo, regalando il possesso e l’iniziativa all’avversario. Non c’è una linea, non c’è una lettura della partita. Ma c’è di più: i quinti scelti per quella fase non potevano essere Politano e Dimarco, due giocatori che danno il meglio di sé come spinta, non come contenimento. E infatti la sostituzione di Dimarco con Spinazzola mostra ulteriormente che Gattuso non aveva capito niente: non si trattava di cambiare un esterno con un altro esterno, ma di aver sbagliato l’impostazione a monte, pensando di difendere con interpreti abituati a fare tutta un’altra parte del campo. E poi la sostituzione di Kean – inspiegabile, quasi autolesionista – che toglie proprio quell’unica possibilità di tenere palla e ripartire. Sembrava la mossa di chi ha paura, non di chi vuole gestire.
Purtroppo, con tutto il rispetto per l’uomo e per ciò che ha rappresentato in campo, Gattuso non è un allenatore che avesse la caratura per prendersi la responsabilità di una nazionale che galleggia in un mare di problemi strutturali. Mandarlo allo sbaraglio, in una situazione così complicata, è stato un atto di irresponsabilità, quasi una scelta di comodo per tamponare. Non aveva il tempo, non aveva le gerarchie, non aveva nemmeno il profilo per imporre una svolta. E lo si è visto. Lo si è lasciato solo, esposto ad un fallimento inevitabile.
E dopo tanti anni fallimentari – con tre qualificazioni mondiali perse, un Europeo ridicolo appena giocato, roba che per qualsiasi altra nazionale sarebbe stata una catastrofe epocale – ancora hanno il coraggio di presentarsi senza dimissioni. Non un passo indietro, non un gesto di dignità. A questo punto non serve un nuovo dirigente, serve un chimico. Qualcuno che sappia sciogliere la colla che hanno messo sotto il proprio culo.
A monte di tutto c’è una cultura politica che nel calcio trova il suo specchio più fedele. Quella dell’emergenza perpetua, del commissario che deve venire a mettere ordine perché nessuno è mai stato capace di fare un vero progetto. Quella della fedeltà personale che conta più delle competenze, del posto che si dà all’amico o all’uomo-immagine prima che al capace. È lo stesso tarlo che mangia le istituzioni italiane da decenni: si aspetta sempre l’uomo solo al comando che risolva per miracolo quello che la gestione ordinaria non ha mai voluto affrontare. Poi l’uomo solo fallisce – Gattuso, come altri prima – e si ricomincia daccapo, senza mai cambiare una virgola del disegno. La malattia è che da trent’anni si governa a colpi di deroghe, di scollinamenti, di “tanto poi si vede”. E la nazionale, ormai, è diventata il termometro perfetto di questo declino: arriva agli appuntamenti senza identità, senza un percorso, con l’allenatore di turno abbandonato in mezzo al guado.
Pertanto, la paralisi non è più solo tecnica o tattica – è culturale, è politica. Fino a quando non si avrà il coraggio di smontare pezzo per pezzo questa baracca, continueremo a raccontarci la favola del “calcio italiano” mentre fuori – sia a livello di club sia a livello di nazionale – ci battono con disinvoltura e disprezzo crescente.