Evoluzione del dispositivo militare costiero di Teheran e valutazione della minaccia asimmetrica alle rotte globali

digiema
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Come diceva Sun Tzu, un Generale cinese più di duemila anni fa, nel suo manuale “L’arte della guerra”: «l’obiettivo essenziale della guerra è la vittoria, non le operazioni prolungate». Le operazioni di terra, sconsigliate dagli stessi esperti militari americani, porterebbero solo a favorire la dottrina iraniana della guerra asimmetrica per logorare il nemico ed imporre costi crescenti nel tempo. Un conflitto, fatto con gli scarponi americani sul suolo iraniano, determinerebbe una guerra prolungata e difficile, considerando la morfologia del terreno simile all’Afghanistan e, successivamente, si renderebbe immediatamente indispensabile applicare un modello “post Ayatollah” valido per la popolazione, onde evitare un “post Saddam” che ha arrecato eventi tragici come Nassiriya (2003) e combattimenti urbani ad alta intensità come Falluja (2004). Trump ha mobilitato circa 5.000 marines, distogliendo forze dalle acque calde di Taiwan, per schierarle contro Teheran, ha spostato nel teatro mediorientale la nave USS Tripoli e la 31esima “Unità spedizionaria dei marines”. Inoltre ha autorizzato anche il dispiegamento di circa 1000 paracadutisti dell’82esima Divisione aviotrasportata, già impiegata per i lanci in Sicilia, Salerno, in Normandia, Olanda e, più recentemente, in Afghanistan e Iraq, schierabile con un preavviso di sole diciotto ore e specializzata nel compiere “missioni impossibili”. Gli stessi furono già mobilitati dopo l’uccisione di Soleimani ma, fortunatamente, non ci fu un’escalation per il loro impiego.
Allo schieramento dovrebbe partecipare anche il Generale Brandon R. Tegtmeier col suo staff, la cui presenza serve a supervisionare – a mio avviso – e verificare in loco le operazioni, sì da verificarne l’esatta fattibilità, visti gli episodi precedenti di altri conflitti nei quali, a volte, gli stessi Generali americani erano in prima linea coi loro subalterni. Verosimilmente gli obiettivi sarebbero: atterrare in Iran, territorio ostile, recuperare l’uranio nel sito di Natanz e le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio a Fordow, “esfiltrare”, facendo una corsa contro il tempo, i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). Dall’ultimo conflitto mondiale a oggi, la funzione dei paracadutisti americani è riuscire a colpire chirurgicamente, quasi avessero un bisturi e bloccare le ostilità nemiche, permettendo una testa di ponte alle truppe meccanizzate. I paracadutisti sono addestrati a compiere missioni di sabotaggio ad alto rischio colpendo punti strategici. I raid sono studiati in modo che vengano effettuati in un arco di tempo molto ristretto.
Fra l’altro è stata avanzata l’ipotesi di conquistare l’isola di Kharg, a circa 30 chilometri dalle coste iraniane, ove si trovano dispositivi di difesa militari, raffinerie, un aeroporto (già danneggiato dagli americani), un porto principale, più altri meno grandi. Sarebbe un’operazione veramente difficile perché dovrebbero sbarcare i marines, oppure i paracadutisti dovrebbero lanciarsi dagli aerei sotto un pesante fuoco di sbarramento nemico. Va da sé che queste forze militari sarebbero facile bersaglio di droni, missili (posizionati in depositi sotterranei in Iran) e artiglieria piazzata lungo le coste; i tempi di reazione di difesa sarebbero quindi minimi per permettere alle navi militari di neutralizzare i dispositivi nemici utilizzati contro le truppe americane. Per informazione va detto che uno sbarco in Iran fu effettuato dagli inglesi nel 1856, durante la guerra anglo-persiana a Bushehr, grazie al proprio appoggio navale e alle truppe iraniane prive di tecnologie per fermare e individuare i militari.
Detto questo il supporto navale sarebbe difficile, viste le postazioni di missili antinave lungo le coste iraniane di fronte all’isola perché, una volta effettuato lo sbarco, dovrebbero fulmineamente prendere i punti strategici dell’isola, compreso l’aeroporto danneggiato, ripararlo e usarlo come rampa di lancio verso l’Iran. L’isola di Kharg è altamente strategica ma lo stesso vantaggio tattico si potrebbe avere fermando al largo del Golfo Persico le petroliere per bloccare il rifornimento petrolifero dei Paesi alleati dell’Iran, applicando una strategia più sicura col medesimo risultato di controllare gran parte del petrolio iraniano: così, perlomeno, afferma l’analista Eisenstadt. Per il “chockpoint” di Hormuz non solo passa il 20% del petrolio e del gas mondiale, ma anche i fertilizzanti impiegati nelle coltivazioni e, per questo motivo, gli Americani avevano pensato di scortare le petroliere. Tuttavia, ciò costituirebbe un pericolo di esposizione maggiore dei militari non solo per i droni e missili iraniani ma, soprattutto, per le barche di piccole dimensioni (imbottite di esplosivo per danneggiare le navi) impiegate come pilotaggio remoto. Esiste , infine, un pericolo da non sottovalutare: le 5/6.000 mine intelligenti possedute dall’Iran. Le dragamine statunitensi avrebbero difficoltà a rimuoverle a causa della tecnologia di cui sono dotate, tecnologia che permette loro di poter individuare un’imbarcazione soltanto con le variazioni di pressione idrostatica, campo magnetico e rumori, unici mezzi utili all’acquisizione di dati per il bersaglio, dati che, programmati con un software, consentono d’ avvicinarsi all’obiettivo. Le mine sono composte da un materiale privo di eco in modo da non essere captati dai sonar e possono essere sistemate non solo da piccole imbarcazioni posamine, ma pure da piccoli sommergibili. Gli Iraniani hanno fatto, negli ultimi decenni, dei salti tecnologici tali da poter rifornire i Russi di droni impiegati nel teatro operativo ucraino. I droni iraniani Shahed 136, dal costo di poche migliaia di dollari, possono danneggiare e saturare le difese occidentali benché il costo di queste ultime sia molto più elevato. La Russia, in cambio dei droni, invia consiglieri militari per reprimere le proteste.
Altra questione, poi, sono le milizie proxy dell’Iran come gli Hezbollah in Libano dove tengono impegnato Israele. Per fermare Hezbollah bisogna tagliare i rifornimenti, compresi i flussi di denaro, ed intercettare le partite di armi, coi ceceni pronti a schierarsi con l’Iran in caso di invasione e gli Houthi yemeniti che assaltano le navi occidentali che possono bloccare un altro importante “chokepoint”, vale a dire lo stretto di Bab el-Mandeb, essenziale per risalire verso Suez e, quindi, verso il Mediterraneo, evitando di circumnavigare l’Africa e far lievitare i costi del carburante ai nostri distributori col conseguente aumento del costo della vita e problemi economici. Purtroppo non si sono ancora tenuti i colloqui di pace ad Islamabad, in Pakistan, con Egitto, Arabia Saudita e Turchia. L’Egitto sarà presente perché teme il collasso del Mar Rosso, l’Arabia Saudita per evitare l’escalation e con lo scopo di salvaguardare i suoi impianti petroliferi, la Turchia in quanto ponte tra Europa e Medio Oriente nonché tra la NATO e gli arabi. Altri possibili obiettivi sono i desalinizzatori, ma io li escluderei perché, essendo un’infrastruttura civile e non militare, sarebbe un crimine di guerra e porterebbe a non far scorrere acqua nei rubinetti, all’insorgere di gravi rischi igienico-sanitari, a malattia come colera e a mortalità causata dal ricorso ad acqua da fonti non depurate. L’Iran potrebbe infine adoperare la tattica russa della terra bruciata che fermò Napoleone prima e Hitler poi, distruggendo gli impianti petroliferi. Gli americani hanno nell’area mediorientale circa 50.000 militari e il numero potrebbe salire soprattutto in vista di una possibile invasione. Da ricordare che l’Iraq, quattro volte inferiore all’Iran per dimensione territoriale, necessitò di 180.000 truppe americane quindi, per l’Iran, ne servirebbero 720.000, qualche migliaio di meno del numero di truppe schierate in Europa durante la Seconda guerra mondiale.
Per concludere, citando nuovamente Sun Tzu sempre dall’ “Arte della Guerra”:«in guerra è meglio conquistare uno Stato intatto poiché devastarlo significa ottenere un risultato minore». L’ipotesi migliore sarebbe applicare la stessa strategia usata dagli USA in Venezuela ma essa non è applicabile a causa dei vertici iraniani decisi ancora a combattere (nonostante i quadri decapitati grazie al lavoro dell’Intelligence) e a causa della minaccia con i missili a lunga gittata che potrebbero arrivare anche in Italia.

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