È una scelta sofferta, maturata dopo molti dubbi, dopo anni di impegno, di battaglie politiche e istituzionali, di appartenenza profonda a una comunità che per me è stata davvero casa.
Ma è anche una scelta politica chiara: il PD che avevamo immaginato e fondato per unire le migliori tradizioni democratiche, socialiste, liberali e riformiste del Paese, ha progressivamente smarrito la sua vocazione originaria. Ha perso la tensione verso il governo della complessità e troppo spesso, invece di interrogarsi su come governare il mondo che stava emergendo, ha finito per interrogarsi su come rappresentarne soltanto una parte.
In una stagione segnata dalla guerra in Europa, dalla sfida delle autocrazie, dall’intelligenza artificiale, dalla transizione energetica e dalla necessità di costruire una vera sovranità europea, il riformismo deve tornare a indicare una direzione, costruire consenso, assumersi responsabilità.
Il PD che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più. Ma le ragioni per cui è nato esistono ancora.
Per questo credo sia necessario ricomporre una diaspora politica e civile. Serve una casa larga, plurale, popolare e riformista per chi crede nella democrazia liberale, nell’Europa, nella libertà, nella responsabilità e nella capacità della politica di governare il cambiamento.