Oikos, Stato e comunità: riflessioni sulla crisi della Basilicata tra economia ed ecologia

digiema
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L’etimologia può offrire una chiave interpretativa potente per comprendere le trasformazioni economiche e sociali contemporanee. Ecologia ed economia condividono la stessa radice greca, oikos, la “casa”. L’ecologia è lo studio della casa intesa come sistema complesso nel quale interagiscono elementi naturali – fauna, flora, acqua, aria – secondo equilibri delicati; l’economia riguarda invece le regole della casa, le norme che disciplinano l’organizzazione delle risorse e i rapporti tra i soggetti che vi operano.

Questa radice comune suggerisce che non possa esistere una separazione radicale tra dimensione ambientale e dimensione economica. Ogni modello economico implica una determinata idea di ordine: naturale o costruito, spontaneo o regolato, fondato sull’autoregolazione del mercato oppure orientato da un quadro normativo che ne indirizzi gli effetti verso fini sociali. È proprio nella tensione tra queste concezioni che si colloca il nodo della crisi contemporanea della Basilicata e, più in generale, del Mezzogiorno.

Un passaggio emblematico può essere introdotto attraverso il riferimento al film “Il padrone sono me” di Franco Brusati, tratto da un’opera di Alfredo Panzini. Ambientato nella prima metà del Novecento, il film racconta una famiglia borghese strutturata secondo un modello patriarcale. L’Italia di quegli anni, uscita distrutta dalla guerra, si avviava verso la ricostruzione e il successivo boom economico. Sarebbero stati gli anni dell’industrializzazione accelerata, delle grandi infrastrutture e dell’emigrazione interna dal Sud verso il triangolo industriale.

In quel contesto storico lo Stato svolgeva un ruolo centrale. Attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, le partecipazioni statali e una visione organica della politica industriale, esso interveniva direttamente nei processi di sviluppo. Figure come Enrico Mattei incarnavano un modello di Stato imprenditore capace di orientare le dinamiche economiche e di promuovere mobilità sociale in territori caratterizzati da latifondo e marginalità produttiva. In Basilicata, l’intervento straordinario contribuì a rompere equilibri sociali statici, introducendo elementi di modernizzazione e nuove opportunità.

Il mutamento che si produce negli ultimi decenni del Novecento segna però una cesura profonda. L’idea del “padrone sono me” assume un significato completamente diverso: non più il capofamiglia patriarcale, ma l’individuo concepito come imprenditore di sé stesso. La tradizione neoliberale propone un soggetto proprietario delle proprie capacità, chiamato a valorizzarle in un contesto competitivo. Il mercato diventa il principale meccanismo regolatore, mentre il ruolo dello Stato tende progressivamente a ridursi.

Questa impostazione entra in tensione con l’impianto costituzionale italiano. L’articolo 41 della Costituzione subordina l’iniziativa economica privata all’utilità sociale, alla tutela della dignità umana, della salute e dell’ambiente. L’economia, in questa prospettiva, non è fine a sé stessa ma strumento orientato al bene collettivo.

Con la crisi degli anni Settanta, la stagflazione e i successivi processi di integrazione europea, questo equilibrio si modifica. Le politiche keynesiane e la programmazione pubblica cedono progressivamente il passo a logiche di contenimento della spesa, privatizzazione e riduzione dell’intervento diretto dello Stato. Il superamento dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno e l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Costituzione segnano simbolicamente la fine di una stagione.

In Basilicata tali trasformazioni producono effetti particolarmente evidenti. L’individuo chiamato a essere “imprenditore di sé stesso” trova spesso nell’emigrazione l’unica strategia di adattamento. Il risultato è un progressivo spopolamento, con effetti moltiplicativi negativi sulla domanda interna, sul capitale sociale e sulla capacità di progettazione collettiva.

Il caso dello stabilimento automobilistico di Melfi, oggi parte del gruppo Stellantis, rappresenta emblematicamente questa ambivalenza. L’insediamento industriale ha certamente generato occupazione e modernizzazione, ma si è inserito in un contesto competitivo fondato sulla compressione dei costi del lavoro e sulla flessibilità produttiva. Il problema non è l’industrializzazione in sé, bensì l’assenza di una strategia territoriale capace di integrare quell’esperienza in un progetto di sviluppo più ampio e duraturo.

La crisi non è soltanto economica. È anche culturale e antropologica. La progressiva affermazione di una logica individualistica ha indebolito i legami comunitari e trasformato la stessa politica. Attribuire ogni responsabilità alla classe politica sarebbe riduttivo: essa è, in larga misura, espressione della società che la genera.

La prospettiva possibile sembra quella di una ricomposizione tra economia ed ecologia, tra mercato e responsabilità sociale, recuperando l’idea dell’oikos come casa comune. Ciò implica una rinnovata centralità della comunità e dello Stato come soggetto capace di orientare, coordinare e promuovere sviluppo nel rispetto dei limiti sociali e ambientali.

Per la Basilicata la speranza non può essere un sentimento passivo. Deve tradursi in capacità progettuale, in ricostruzione del capitale sociale, in elaborazione di politiche che coniughino innovazione, sostenibilità e coesione. Se economia ed ecologia condividono la stessa radice, allora il futuro dipende dalla possibilità di ricostruire una casa comune nella quale le regole dell’economia siano coerenti con gli equilibri della vita collettiva.

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