Lo spettatore inquieto – Critica della Ragione Visionaria

digiema
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Lo spettatore inquieto – Critica della Ragione Visionaria ci è parso un libro che restituisce al Cinema una centralità spesso smarrita nel consumo di oggi, veloce e come non mai acefalo. In questa centralità della “visione” secondo Lostaglio, visione forse persa ma senza dubbio nuovamente acquisibile, l’osservazione attiva dello spettatore, lungi dall’essere solo ed esclusivamente evasione, si fa esperienza e compartecipazione, si fa co-creazione e atto interpretativo vivace.
Viene allora in mente il pensiero di Umberto Eco che può apparire come ideale retroterra teorico da affiancare a queste pagine: l’opera d’arte – in questo caso il Cinema – è qualcosa di perennemente “aperto allo sguardo” e capace, pertanto, di vivere di una pluralità di lettura, anzi della proliferazione stessa dei significati che si generano nell’incontro tra “testo” e spettatore, tra emittente e destinatario. Lostaglio sembra raccogliere pienamente questa lezione, costruendo in filigrana, all’interno delle sue pagine, una riflessione che pone al centro lo spettatore come soggetto attivo, inquieto, mai pacificato e, proprio per questo, presentissimo a sé stesso. L’inquietudine, dunque, lungi dall’essere un limite di chi “guarda” lo schermo, diventa condizione necessaria per la piena comprensione dell’arte cinematografica. Guardare un film significa infatti per Lostaglio esporsi a una molteplicità di livelli: narrativi, simbolici, emotivi, tecnici. Tutto questo è ben spiegato all’interno delle tante “facce” di questo libro. Parliamo, detto ancora in altri termini, di un processo – lo sguardo inquieto – che non si esaurisce nella durata della proiezione, ma continua a sedimentarsi nella memoria personale e collettiva, proliferando in infinite possibilità di acquisizione, come lo stesso Armando ci ha dimostrato di saper fare nel corso dei suoi anni, appunto, da “spettatore inquieto”.

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