Il paragrafo 257 di Al di là del bene e del male espone senza infingimenti la tesi che ogni innalzamento del tipo «uomo» sia stato, e debba continuare a essere, opera di una società aristocratica. Nietzsche non sta descrivendo un dato storico contingente, ma una condizione trascendentale della civiltà: il pathos della distanza – quella tensione che nasce dallo sguardo abituale della casta dominante verso i subordinati, dal disprezzo e dalla consuetudine con la diseguaglianza – è il motore psichico che genera nell’anima dei pochi il desiderio di autosuperamento. Senza schiavitù (in senso lato), senza disprezzo, senza gerarchia, non si darebbe quell’intensità di volontà che produce il nuovo, l’eccezionale, il «superamento di sé stesso».
Rousseau, un secolo prima, aveva già smontato questa equazione, ma per vie del tutto opposte. Nel Discorso sulla disuguaglianza, egli mostra che la disuguaglianza non è un dato originario né una condizione necessaria della grandezza umana, ma un artefatto storico legato all’istituzione della proprietà e alla divisione del lavoro. L’uomo naturale, per Rousseau, non conosce né il disprezzo né il bisogno di dominare: l’amor di sé è sufficiente alla sua felicità, e la pietà – una repulsione innata alla sofferenza altrui – funge da freno naturale all’aggressività. Ciò che Nietzsche chiama «elevazione del tipo», per Rousseau è precisamente il processo di corruzione dell’uomo: l’ingresso nella società civile produce la vanità, la competizione, il bisogno di riconoscimento, e infine la disuguaglianza patologica che condanna la maggioranza alla miseria e i pochi alla falsa grandezza dell’opinione altrui. La tesi di Nietzsche – che l’aristocrazia barbarica sia la culla di ogni civiltà superiore – è per Rousseau la diagnosi di una caduta.
Tocqueville, pur non con lo stesso radicalismo, accoglie però una reale preoccupazione. La democrazia, riconosce, rischia effettivamente l’appiattimento: l’amore per l’eguaglianza può degenerare in invidia livellatrice, il rifiuto delle gerarchie può spegnere il desiderio di eccellenza. Tocqueville rifiuta, tuttavia, la conclusione aristocratica di Nietzsche. La sua tesi è più sottile: la democrazia non abolisce la grandezza ma ne trasforma le condizioni. L’individuo democratico non ha bisogno della distanza per superarsi; può farlo sulla base di un pathos dell’emulazione libera e di una tensione che nasce non dal disprezzo per gli inferiori, ma dalla consapevolezza che i propri simili sono uguali e quindi si può gareggiare in uguale dignità. Inoltre, Tocqueville individua nel dispotismo dolce – non nella democrazia in sé – il vero nemico dell’elevazione. Dove lo Stato tutela e infantilizza, l’uomo democratico regredisce; dove invece le istituzioni locali, le associazioni, la libertà politica tengono vivo il fuoco dell’azione comune, la democrazia educa a una forma di grandezza orizzontale, priva di disprezzo ma non priva di energia.
Il conflitto tra Nietzsche e i suoi critici democratici (ante litteram) non è risolvibile sul piano dei fatti, ma su quello dei valori che si assumono come punti di partenza. Per Nietzsche, la pietà è un ostacolo alla creazione; per Rousseau, è il sigillo dell’umanità
non corrotta. Per Nietzsche, la disuguaglianza è il prezzo necessario dell’eccellenza; per Tocqueville, l’uguaglianza è il destino – e il problema è piuttosto quello di rendere la democrazia eroica malgrado la sua tendenza alla mediocrità. Il paragrafo 257 del Nietzsche di Al di là del bene e del male resta però una provocazione inaggirabile: se il prezzo della grandezza è davvero la schiavitù e il disprezzo, allora la democrazia deve scegliere tra essere umana e essere grande. Rousseau e Tocqueville, in modi diversi, provano che la dicotomia è falsa – ma la loro prova ha bisogno, per reggere, di una concezione dell’uomo e della storia che Nietzsche avrebbe liquidato come ingenua, o peggio, come frutto di risentimento di “malriusciti”.