I testamenti spirituali dei ventenni partigiani che si sono immolati per la nostra libertà.

digiema
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Chissà se la Festa della Liberazione di quest’anno onorerà i testamenti spirituali lasciati dai 467ragazzi
ventenni che si sono immolati per la nostra libertà e la nostra democrazia? Dobbiamo ricordare che 13 degli eroici 467ragazzi condannati brutalmente a morte dalla sanguinaria Repubblica di Salò risultano ancora anonimi. Anonimi martiri della libertà.
Da ottant’anni la Festa della Liberazione è una ritualità stanca, retorica e qualche volta stucchevole. Mai abbiamo assistito a un vero pathos popolare. Ci siamo dovuti cibare di sprazzi di memorie e di qualche aneddoto. Memorabile fu il dialogo in Parlamento tra il senatore Vittorio Foa e il senatore del MSI Giorgio Pisanò. Giorgio Pisanò gli disse: “Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano.” Vittorio Foa gli rispose: “E’ vero abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu, io sarei ancora in carcere”. Credo che in questo dialogo sia racchiuso il “condensato” della liberazione dal nazifascismo e della vittoria della libertà e della democrazia. Da ottant’anni la retorica ha preso il sopravvento con una dettagliata e storica programmazione scolastica dedita all’oblio. La mia generazione e le generazioni successive conoscono a menadito, alla perfezione i sette re di Roma e le guerre Puniche. Non abbiamo conosciuto mai la contemporaneità, la narrazione storica del novecento e delle sue tragiche guerre. Abbiamo ignorato per secoli la storia della Resistenza, il sottoscritto l’ha conosciuta nella Facoltà di Lettere e Filosofia con l’esame di storia contemporanea alla veneranda età di ventitré anni nel lontano 1974. In ventitré anni era bandita la magica parola Resistenza. La resistenza riguardava solo gli “elettricisti” del luogo. Mai un dialogo in casa, eppure mio nonno Mauro, grande invalido della Prima Guerra Mondiale, aveva preteso che il suo primo nipote portasse il nome del generale Diaz. Con il mio nome Armando sono stato, mio malgrado, la continuità familiare dell’apologia della Prima Guerra Mondiale, formato Famiglia Tita.
Eppure nella Resistenza andavano individuate le origini stesse della Repubblica democratica italiana:
l’Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al
Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e che, a guerra finita, scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche e ispirandola ai principi della democrazia e dell’antifascismo. Sono poche annotazioni storiche che tanti ragazzi italiani hanno sempre ignorato. Fare una seria ricognizione storica può servire alla riconciliazione nazionale e alle vere verità storiche stanchi come siamo di fanatismi ideologici e di negazionismi della peggiore specie. In Basilicata per oltre cinquant’anni la retorica e l’oblio ha prevalso sulla conoscenza dei fatti storici.
I programmi scolastici, cosiddetti ministeriali, non hanno mai avuto l’ardire di riferire cenni di storia contemporanea. Il bieco nozionismo, l’oblio e la opacità storica di questa importante pagina repubblicana, democratica e liberale hanno prevalso. Non aver mai coltivato la vera verità sulla Resistenza, aver ignorato il significato politico delle Repubbliche partigiane è stata vera slealtà, vera scorrettezza storica. La Storia delle Repubbliche Partigiane, Val d’Ossola, in primis, narrate brillantemente nello sceneggiato di Leandro Castellani “Quaranta giorni di libertà” e nel libro di Giorgio Bocca: “Una Repubblica partigiana” ebbero, per dirla, alla Aldo Moro, in occasione del XV° anniversario della Repubblica dell’Ossola, “un indiscutibile valore politico in quanto rivelò la carica spontanea dei valori civili del movimento resistenziale che non esauriva il suo impegno nella lotta di liberazione della Patria dallo straniero, ma esprimeva l’aspirazione ad un ordine nuovo della Società, secondo le naturali vocazioni popolari della democrazia che la dittatura fascista non era riuscita a distruggere”. Transeat sulla mediocrazia politica odierna. Niente da aggiungere, era Aldo Moro non un pericoloso bolscevico.

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