La cultura popolare

digiema
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Noi uomini di buona volontà vocati alla bella comunione, nel suo significato originario e fondante, ci chiediamo se esiste ancora una vera Cultura Popolare in una democrazia così precaria come quella odierna che restringe sempre più gli spazi di partecipazione e di autodeterminazione?
Qualche tempo fa il noto Blog “Il Barbuto” si chiedeva: “Che fine ha fatto la Cultura Popolare”? La Cultura popolare in Europa e in Italia è unita o divisa ? E se ha perduto nel tempo la sua originaria unità, la sua storia è rivelatrice di una tendenza di ricomposizione di quella unità o la tendenza che emerge è inversa e va verso la frammentazione? Insomma è possibile fare la storia della Cultura Popolare o di singole tradizioni in un’area estesa, qual è quella europea (sia pure del solo versante occidentale) quando ancora mancano le storie nazionali e regionali? A tal proposito, la Basilicata è una gradita eccezione grazie ai buoni servigi di uomini di Cultura, delle Istituzioni e del Mondo accademico lucano che hanno contribuito a “confezionare” un capolavoro che risponde allo stupendo libro: “Storia della Basilicata – L’Età Contemporanea” del Prof. Gabriele De Rosa , già Rettore dell’Università di Salerno negli anni settanta e del prof. Antonio Cestaro, Ordinario di Storia Moderna della stessa Università – EDITORI LATERZA 2002, supportato da tanti Autori lucani di spessore e qualità, da Giampaolo D’Andrea a Nino Calice, da Raffaele Giura Longo a Giovanni Caserta, da Rocco Mazzarone a Vincenzo Verrastro, da Giovanni Bronzini al giovane ricercatore dell’epoca Donato Verrastro che ne hanno accresciuto e arricchito la grande “ impresa culturale “. Autori ricchi di vivacità culturale e intellettuale che hanno dedicato la loro particolare attenzione verso il mondo lucano dei vinti, degli umili e degli ultimi. La Cultura popolare non si può rinchiudere in ambiti ristretti.
Essa esercita radici, memoria e creatività che sono parti integranti e sostanziali della nostra identità. La Cultura popolare ci fa incontrare gli altri e s’intreccia meravigliosamente con il “Bene Comune” attraversando tutte le dimensioni della vita e, per dirla, alla Gramsci, ci fa comprendere le condizioni culturali delle classi subalterne. Dobbiamo difendere i nostri beni comuni perché sono beni primari e appartengono al Popolo non alle Fondazioni, o peggio, alle Multinazionali del profitto.
La Cultura Bene Comune non è un mero slogan, è una convinzione di noi uomini lucani di buona volontà che sentiamo di condividere con l’intera Comunità da oltre un quarantennio. La Cultura che arricchisce, che rinforza un legame, un confronto, una relazione sociale può significare affrontare se stessi. La Cultura capace di normalizzare le nostre reazioni emotive scosse da guerre, virus e morti ingiuste.
La Cultura che può normalizzare la nostra esistenza e contenere l’ansia che sta distruggendo il nostro “vivere” quotidiano. La Cultura “Bene Comune” quella che ammicca e che strizza l’occhio alla Comunità tende caparbiamente ad avviare le interazioni organizzative con il territorio.
Non bisogna dimenticare l’unicità della Cultura come strumento di vera democrazia dove il cittadino sviluppa pensiero critico e azione, brillantemente raccontato dalla filosofa americana Marta Nussbaum. Tutelare e valorizzare la Cultura come un Bene Comune significa vivere intensamente la democrazia.
L’esercizio della “Cultura Bene Comune” discute i Valori nei quali la persona e la sua Comunità credono, senza mai darli come assoluti. In questo senso la formazione intellettuale lucana deve garantire lo sviluppo del pensiero critico in Basilicata.
Ecco perché il vero investimento, oggi, più del passato, è quello di attirare la produzione culturale per metterla attivamente in contatto con quelle che sono le leve giovanili locali.

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