In Italia si lavora, ma non si migliora: la vera crisi è nelle prospettive

digiema
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Nel dibattito europeo degli ultimi mesi, il tema della classe media è tornato centrale, non tanto per il livello dei salari in sé, ma per la perdita di prospettiva. Dalla Francia alla Germania, ma anche nel Regno Unito, si parla sempre più spesso di lavoratori che, pur occupati, non migliorano la propria condizione nel tempo. Il problema non è quanto si guadagna oggi, ma quanto si pensa di poter guadagnare domani.
L’Italia non è esclusa da questa dinamica anche se i dati, a una lettura superficiale, rischiano di ingannare. Il mercato del lavoro tiene: l’occupazione cresce e la disoccupazione si riduce. A ciò, tuttavia, non corrisponde un reale miglioramento delle condizioni economiche.
Secondo l’Ocse, dopo lo shock inflattivo tra il 2021 e il 2023 i salari reali nel nostro Paese recuperano più lentamente rispetto ad altre economie avanzate e restano spesso inferiori ai livelli pre-pandemia (2019). C’è di più. A guardare con attenzione, il vero elemento di differenza rispetto ad altri Paesi europei è la difficoltà di costruire un percorso di crescita. Nel
lungo periodo, sempre secondo l’Ocse, l’Italia si distingue come un’anomalia tra le grandi economie avanzate: i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi, mentre in Francia, Germania e Regno Unito sono cresciuti in modo significativo. Nel Paese le carriere sono più lente, gli aumenti più contenuti e la possibilità di migliorare la propria posizione economica nel tempo si riduce. È un cambiamento graduale e profondo, che incide sulle aspettative. È questa la crisi della classe media: quando viene meno la prospettiva di crescita, il problema diventa strutturale. Si modificano i comportamenti delle famiglie, si riducono i consumi di
lungo periodo, si rinviano decisioni come l’acquisto di una casa o l’investimento nella formazione. In altre parole, si riduce la capacità di
pianificare. Si tratta di una tendenza coerente con un modello produttivo che fatica a generare valore aggiunto. La crescita resta moderata, la
produttività debole e la competizione, in molti settori, continua a basarsi sul contenimento dei costi più che sull’innovazione. Il tema dei salari tende a essere affrontato lungo due direttrici: la contrattazione e la leva fiscale. La prima resta lo strumento principale per adeguare le retribuzioni,
ma sconta tempi lunghi e una crescente difficoltà nel collegare salari e produttività. La seconda interviene in modo compensativo, cercando di sostenere il reddito disponibile attraverso detrazioni e bonus. Entrambe attenuano gli effetti, ma non modificano le cause. Il nodo è però a monte: perché i salari possano crescere in modo stabile, è necessario che cresca il valore prodotto dal sistema economico. Servono sia un rafforzamento degli investimenti in innovazione, tecnologia e organizzazione del lavoro, sia una maggiore diffusione di modelli che leghino in modo più diretto
retribuzioni e risultati.
Anche il ruolo dei sindacati è destinato a evolvere. Più che limitarsi a una funzione difensiva, devono tornare a essere parte attiva nei processi di crescita, favorendo strumenti di contrattazione più dinamici e
maggiormente orientati alla produttività. Per parte sua, la politica deve creare le condizioni per sostenere questo percorso, evitando che la leva fiscale diventi un sostituto della dinamica salariale.

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