Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) si avvicina alla sua scadenza con un pesante “cahier de doléance”, che segna il malcontento e le aspettative del Mezzogiorno, in particolare della Basilicata. L’interesse per le problematiche delle aree interne del Meridione non è una novità; la mia esperienza, iniziata oltre cinquant’anni fa, si colloca in un contesto di studio e impegno che ha visto la luce il 20 giugno 1975, quando, sotto la guida del professor Carlo Donolo, ho scelto di trattare le problematiche delle aree interne della Basilicata per la mia tesi di laurea. Basandomi sull’opera di Nuto Revelli, che ha documentato la vita delle comunità ai margini, ho avviato un percorso accademico e professionale volto alla comprensione e alla risoluzione delle sfide che queste aree devono affrontare.
Oggi ci si aspettava che il PNRR potesse fungere da volano per una vera trasformazione socio-economica, promuovendo un cambiamento culturale profondo e diffuso. Tuttavia, a quasi due anni dall’avvio delle sue attuazioni, la realtà appare ben diversa. Le ingenti risorse finanziarie destinate alla Basilicata non hanno prodotto i ritorni sperati, rimanendo ingabbiate in una rete complessa di progetti mal coordinati e privi di una strategia chiara. Ci troviamo di fronte a un’inflazione di interventi superficiali, un “intervento a pioggia” che ha saputo produrre poco più che iniziative sporadiche, incapaci di generare il reale moltiplicatore economico che il piano avrebbe dovuto offrire.
Le aspettative di “Ripresa e Resilienza” si sono rapidamente trasformate in una commedia di “Recuperi e Rattoppi”, dove il modello olivettiano di un agire consapevole e comunicato è stato totalmente ignorato. Le parole “Dobbiamo far bene le cose e farlo sapere” di Adriano Olivetti echeggiano come un monito nella città di Potenza, laddove la mancanza di figure specialistiche e l’inefficienza burocratica hanno ostacolato l’implementazione di progetti significativi. La burocrazia lucana ha mostrato segni di un sistema incapace di supportare le necessità delle comunità, anzi, è sembrata produrre più ostacoli che soluzioni.
Dall’analisi della situazione emerge un quadro reso critico da una carenza di progettazione e dalla presenza di bandi congelati, frutto di indecisione e inefficienza. Ancora più preoccupante è la constatazione di come i comuni lucani siano rimasti ai margini delle reti e dei progetti comunitari, aggravando un divario che sembra incolmabile. In passato, come membri attivi della Confederazione Italiana Unionquadri (CIU), ci siamo battuti per l’applicazione della direttiva europea n. 36 del 7 settembre 2005, mirante al riconoscimento delle nuove qualifiche professionali, un aspetto fondamentale per rivitalizzare il mercato del lavoro locale, che ancora giace in uno stato di stagnazione.
Le esperienze di esternalizzazione e di incarichi assunti da soggetti esterni hanno contribuito a una deresponsabilizzazione del personale tecnico-amministrativo locale, una questione mai seriamente affrontata. Le risorse e le competenze presenti sul territorio non sono state valorizzate, portando a un deterioramento delle capacità progettuali locali. Il risultato è una fragilità strutturale che ostacola la costruzione di un futuro prospero per le comunità, privandole della possibilità di affrontare le sfide contemporanee in modo efficace e sostenibile.
In questo contesto, è imprescindibile interrogarsi sulla possibilità di un processo di rivitalizzazione. La burocrazia deve essere in grado di progettare e gestire interventi complessi, collaborando con i diversi attori locali, in modo da rendere i comuni veri protagonisti delle loro trasformazioni. È necessario superare gli attuali paradigmi di inefficienza e promuovere un nuovo modello che metta in primo piano la responsabilità e la capacità decisionale dei territori.
Il PNRR rappresentava un’opportunità unica per le comunità del Mezzogiorno, e non possiamo permetterci di lasciarla sfuggire. La vera sfida è costruire un dialogo fattivo tra le istituzioni e le comunità, rispondendo alle esigenze locali in modo mirato ed efficace. Solo mediante un impegno collettivo, possiamo sperare di trasformare il presente e progettare un futuro migliore per le aree interne del Mezzogiorno, garantendo che l’investimento effettuato non si trasformi in un’occasione perduta, ma diventi invece il terreno fertile per un rinascimento sociale ed economico
Il PNRR e le comunità marginali del Mezzogiorno: un’occasione perduta?