L’Europa deve diventare un attore unito e strategico sullo scacchiere internazionale
di Michele Montone
Negli ultimi decenni ho spesso sostenuto che l’Alleanza Atlantica — la NATO — non ha più ragione di esistere così come l’abbiamo concepita. Nasceva come risposta concreta allo spettro sovietico nell’Europa dell’Est, un’alleanza pensata per difendere un continente ferito dalla guerra e incapace di organizzare da sé la propria sicurezza. Oggi quel mondo è scomparso, eppure noi continuiamo a ripetere schemi che non collimano con la realtà geopolitica.
È storicamente vero che, nei primi anni ’90, all’Unione Sovietica furono date assicurazioni verbali sulla non espansione della NATO verso Est — promesse che, pur non essendo parte di un trattato scritto e vincolante, sono state percepite come impegni politici forti e successivamente disattese con l’ingresso nell’Alleanza di diversi paesi dell’Europa centrale e orientale.
Quel processo ha creato un profondo senso di sfiducia che, combinato con l’incapacità europea di strutturare una difesa autonoma robusta, ha reso l’Occidente vulnerabile alle narrative di contrasto e di rivalsa orchestrate da Mosca negli ultimi decenni. Oggi la guerra in Ucraina non è altro che l’ultimo atto di una lunga serie di incomprensioni e risentimenti: non è realmente l’Ucraina l’obiettivo finale, quanto piuttosto il fissare confini geopolitici e sfere d’influenza in un ordine post-bipolare che nessuno sa bene come definire.
Ma se per decenni l’Europa ha delegato alla NATO — e quindi agli Stati Uniti — la propria sicurezza, oggi ci troviamo di fronte a questioni che vanno ben oltre la difesa convenzionale: tecnologia, semiconduttori, transizione energetica, materiali critici e accesso alle materie prime strategiche. E qui entra in gioco la Groenlandia, non più un territorio marginale, ma un vero nodo geopolitico per l’industria del XXI secolo.
Negli ultimi giorni la Groenlandia è diventata un flash-point diplomatico e strategico tra Stati Uniti, Europa e NATO. Il presidente degli Stati Uniti ha rilanciato l’idea di aumentare la presenza americana nell’isola, presentandola come essenziale per la sicurezza artica e per contrastare presunte minacce di Russia e Cina, e c’è stata anche una fase di forte tensione diplomatica con minacce di tariffe se Copenhagen non avesse ceduto terreno.
Europa e Danimarca, dalla loro parte, hanno respinto con fermezza l’idea di mettere in discussione la sovranità di un alleato e hanno ribadito che qualsiasi decisione sul futuro della Groenlandia spetta solo a Danimarca e groenlandesi.
Da una parte, quindi, vediamo l’America che — pur restando formalmente partner — intreccia sicurezza e accesso a risorse strategiche, e dall’altra un’Europa che si afferma difensivamente, pretendendo rispetto per i confini e le scelte interne di uno Stato alleato. Ma se guardiamo oltre la retorica, emergono due piani distinti:
Sicurezza e difesa, che richiedono cooperazione tra alleati, esercizi congiunti e presenza nel Nord Atlantico e nell’Artico, aree sempre meno periferiche nel quadro delle tensioni globali.
Indipendenza industriale e sovranità economica, che oggi si giocano sulle terre rare, i minerali critici e la capacità di costruire catene del valore autonome in Europa.
La Groenlandia è ricca di terre rare e minerali fondamentali per la transizione energetica, le batterie, i magneti permanenti e tecnologie avanzate che saranno centrali nei prossimi decenni. Ma se l’Europa limita la sua partecipazione a quella di acquirente finale, rinunciando a sviluppare capacità di estrazione, raffinazione e trasformazione sul proprio territorio o in territori amici, finirà per restare dipendente da altri, esattamente come è successo con il gas: paghiamo caro ciò che potevamo, forse, controllare meglio e più vicino.
La contraddizione è chiara: l’Europa chiede rispetto per la sovranità di un territorio alleato, ma non riesce — o non vuole — costruire una catena dell’industria strategica in grado di garantire indipendenza sia energetica sia tecnologica. È una debolezza concettuale tanto quanto pratica.
La sfida, dunque, non è scegliere tra essere mercato o potenza: è comprendere che la sicurezza del XXI secolo non può più essere separata dalla capacità industriale e tecnologica. Non si tratta di contrapporre l’alleanza atlantica alla sovranità europea, ma di fare in modo che l’Europa non si ritrovi eternamente cliente finale di ciò che poteva essere protagonista della filiera globale.
Se l’Europa continuerà a pensare la difesa solo in termini militari e la sua economia in termini di consumo di prodotti finiti, pagheremo caro ogni crisi futura. Invece, se riusciremo a coniugare una difesa credibile con una reale autonomia industriale — senza timori di affrontare Washington su basi paritarie — allora potremo davvero rivendicare un ruolo geopolitico degno del nostro peso.
Perché la domanda fondamentale è questa: l’Europa vuole essere un attore strategico o resterà un mercato da difendere?
Le risposte non si danno con slogan, ma con scelte politiche, investimenti concreti e una chiara visione di lungo periodo.