Il lungo cammino della Macro Regione Sud Mediterranea
di Mauro Armando Tita
Il carattere di un popolo è solo storia, la sua storia, null’altro che la sua storia. (Benedetto Croce). Assistere impotenti a uno spopolamento patogeno e senza ritorno delle nostre comunità marginali, far crescere a dismisura la distanza siderale tra le vecchie e le nuove generazioni sta a significare far trionfare il minimalismo del non fare, non dire, della separatezza, del non sense collettivo. Coltivare il frutto acerbo di una eccessiva dipendenza emotiva del nostro ceto medio intellettuale lucano, inaffidabile e senza alcuna autorevolezza, dopo la bella onda riformatrice degli anni settanta e ottanta, è estremamente deleterio per le nuove generazioni. Le linee forti di decentramento contenute nel decreto 616 che ci imponevano nuovi criteri interpretativi e un nuovo “lessico meridionale” sono la base su cui partire per un serio rapporto organico e una vera osmosi tra vecchie e nuove generazioni lucane e meridionali. Sarebbe bello da parte delle nuove generazioni rispolverare gli intellettuali lucani di grande spessore e caratura morale del passato(un valore sconosciuto alla politica lucana odierna), uomini e donne di grande personalità. Poveri intellettuali lucani degli anni cinquanta e sessanta costretti a vivere come piccoli “Acini Maturi” in un Grappolo di “Uva Puttanella” alla Rocco Scotellaro. Intellettuali che si confrontavano e dialogavano con Adriano Olivetti, Carlo Levi , Pier Paolo Pasolini, Manlio Rossi Doria ed Edward C. Banfield con il suo “Familismo amorale” che ancora oggi a distanza di settant’anni ci affligge e ci perseguita. Intellettuali lucani , vere voci fuori dal coro e veri spiriti liberi. Da oltre trent’anni dobbiamo constatare amaramente che gli intellettuali lucani si sono separati dal popolo, quasi a voler confermare la Basilicata agonizzante degli ultimi anni di Enza Berardone. Basilicata imprigionata in un umiliante immobilismo sia culturale che politico, destinata ad esistere e a non vivere. Intellettuali che amano solo il potere e considerano il coraggio non una virtù, ma l’esibizione di un vezzo narcisistico. Anche se gli intellettuali sono destinati a sparire con l’avvento dell’Intelligenza artificiale com’è avvenuto per gli eroi del Cinema Muto con l’invenzione del sonoro, voglio credere che le migliori intelligenze, i migliori intellettuali lucani sono sempre e ovunque ribelli al Potere. Purtroppo constato spiacevolmente che da tempo immemore gli intellettuali e il ceto medio lucano hanno smesso di essere il motore del cambiamento della società lucana. Chissà in Basilicata quando coniugheremo la bella riflessione di Martha Nussbaum, la filosofa americana: “Mi ritrovai bella con una mente libera “. Ecco la vivacità culturale e il valore della libertà che auspico nelle nuove generazioni. Gli intellettuali lucani potranno salvare la Basilicata o saranno, per dirla alla Prof. Caserta, lottizzati dal Gruppo dominante? (vedi “Riprendiamoci la Speranza” Edizioni Hermaion 2021). Tacito, il grande intellettuale dell’antica Roma, ha preferito “tacere” durante il quindicennio di terrore e di sangue dell’imperatore Domiziano ricevendo in cambio un seggio al Senato. Memorabile è stato il suo impegno verso il dissenso politico e del modo più efficace per fronteggiarlo, tanto plagiato e tanto amato dai nostri prezzolati intellettuali. Anche Noi in Basilicata mutuando il credo tacitiano abbiamo creato un ceto medio intellettuale specialista nell’anestetizzare la realtà intorpidendo i sensi, i pensieri e le emozioni. Come sono lontani i tempi di Don Luigi Sturzo e del suo orgoglioso e accorato appello rivolto agli intellettuali meridionali : “Liberi e Forti…il Mezzogiorno che salva il Mezzogiorno”. In questo accorato appello Don Sturzo puntava ad affermare la presenza attiva e non passiva degli intellettuali del nostro Sud attivando una vera identità meridionale. Gli intellettuali del sud e lucani, in particolare, hanno bisogno di un sussulto e di una nuova rifondazione “risorgimentale” fondata sulla dignità e sulla vera Libertà. Un sussulto che si concentri sul pensiero e sull’opera di Gaetano Salvemini, altro insigne meridionalista, con la sua questione dell’istruzione come strumento di crescita civile, con la sua laicità e la sua “educazione al dubbio” come costruzione del senso critico. Senso critico, illustre sconosciuto, agli odierni intellettuali lottizzati lucani. Sono gli intellettuali costretti a vivere con la “Definizione della Situazione” alla William Thomas il famoso Sociologo americano della Scuola di Chicago. Il vero problema è che questi intellettuali sono incapaci di essere interpreti di questi sentimenti. La crisi del Sud e della Basilicata si acuisce per la mancanza di intellettuali che non amano più sporcarsi le scarpe alla Decio Scardaccione e/o alla Manlio Rossi Doria. Ultimi Intellettuali meridionali dotati di spirito libero e di riformismo pragmatico. L’approccio sistemico agli Schemi idrici della Basilicata di Scardaccione(transeat sulla successiva scellerata gestione delle dighe) e il caparbio piglio alla Ricostruzione Autogestita, post sisma, di Manlio Rossi Doria ne sono la plastica dimostrazione. Questi intellettuali contemporanei, opportunisti di circostanza, hanno ulteriormente sfiduciato i giovani all’impegno e a una concreta assunzione di responsabilità politica. Una classe dirigente, abulica, sottomessa e rassegnata brillantemente descritta da Vito Riviello. A tal proposito non abbiamo mai amato quella “sofferenza intellettuale” fatta di vittimismo e piagnistei che il più delle volte sfocia in un certo affarismo condito da finto impegno civile molto camuffato da ”marketing sociale”, possibilmente di natura …“cultural-petrolifera”. E’ inutile ribadirlo non amiamo i “paraculi” descritti argutamente e brillantemente da Vito Riviello in special modo quelli che si inventano un profilo intellettuale distinto e distante dal lucano medio. Sono quelli che disdegnano i dibattiti aperti e le critiche facendo prevalere nell’ombra e con tanta furba capacità le cosiddette “insaccature”. Cosa sono le insaccature? L’operazione di insaccare, cioè mettere tanta roba dentro ai sacchi trova la sua perfezione con il riempimento dei budelli. La metafora dei Budelli si presta molto alle ricche contribuzioni di varia natura pubblica e privata (petrolifere, in primis) per decine di migliaia di euro godute da questo “sofferente” ceto intellettuale. Insaccature che ci ricordano il meraviglioso film : “Anni Ruggenti” di Luigi Zampa, girato nei Sassi di Matera nel 1962 con uno strepitoso Nino Manfredi e il suo indimenticabile: ”Ammazza che saccoccia”. La Storia, lo ribadisco, ai pochi seri intellettuali lucani, reattivi e liberi, ha sempre un suo corso, c’è chi la sa guidare e chi ne è guidato. Purtroppo, in questi ultimi vent’anni tanti intellettuali lucani hanno preferito “amorevolmente” farsi guidare. Lo dico “amorevolmente” alle nuove generazioni noi amiamo il cittadino lucano e meridionale, libero e di dignità, propositivo, vivace, pieno di ironia e simpatia che rifugge dal lucano del “Ritratto di Scipione” di Sinisgalli, schivo, timido introverso con il suo accontentarsi del meno possibile o il camminare a piedi nudi per non far rumore. Una riservatezza del lucano che vive bene nell’ombra frutto di una stucchevole soggezione che il più delle volte sfocia in una disarmante pavidità. Disarmante pavidità e disarmante soggezione che non abbiamo mai amato e che le nuove generazioni dovrebbero ripudiare per sempre per costruire l’ansia del rinnovamento, dell’innovazione partendo dal diritto a costruire una cultura alternativa in grado di renderla attuale e di modernizzarla adeguatamente.