C’è un momento, nel racconto tolstoiano di Austerlitz, in cui il principe Andrej cade ferito e vede il cielo. Solo il cielo – alto, infinito, incomparabilmente più vasto degli stendardi, delle grida, di Napoleone stesso che gli passa accanto come una piccola figura. È il momento in cui l’idolo si sgretola per la violenza della luce.
Quel sole è tornato. Lo stiamo vedendo adesso, mentre i cieli del Venezuela e dell’Iran bruciano dello stesso fuoco che ha consumato l’Ucraina. E quello che illumina – con una crudeltà che non lascia scampo – non è la superiorità di un esercito sull’altro ma la struttura nuda di un ordine mondiale che non ha mai smesso di essere, in fondo, l’ordine del più forte.
Bisogna allora avere il coraggio di guardare in faccia questa luce senza socchiudere gli occhi.
Il diritto internazionale è uno strumento. In quanto tale, funziona soltanto se sostenuto da una forza capace di imporlo. All’alba del moderno, Hobbes lo sapeva: i patti senza la spada non sono che fiato sprecato. Una norma priva di coercizione non è una norma debole: non è neppure una norma. È la volontà del più forte che ha imparato a vestirsi da legge.
Questa è la chiave per smontare la retorica atlantista degli ultimi anni. Quando le potenze occidentali invocavano il diritto internazionale davanti all’aggressione russa in Ucraina, non stavano necessariamente mentendo sulla norma. Stavano applicando uno strumento in modo selettivo. Il problema non era la falsità della norma: era che la norma era stata impugnata come clava ideologica da chi possedeva la capacità di renderla operante o inoperante a proprio piacimento. Il silenzio – o il plauso – di fronte alle operazioni statunitensi in Venezuela e in Iran è la rivelazione che quel principio non è mai stato autonomo dalla forza che lo sosteneva.
Non si tratta di ipocrisia nel senso morale del termine. Si tratta di coerenza con la logica reale del sistema: chi ha la forza usa la norma; chi non ce l’ha subisce la norma. Il manicheismo tra invasore e invaso era funzionale non perché fosse falso in assoluto, ma perché occultava questa struttura di fondo, riducendo una questione di architettura del potere mondiale a una favola i cui protagonisti erano il buono e il cattivo.
Smascherare tuttavia non basta. Anzi: c’è un rischio preciso nel realismo sfrenato, ed è quello di consegnare campo libero a chi ha più forza. Se il diritto è sempre maschera del potere, allora il più forte è automaticamente nel giusto – il che è esattamente la conclusione che serve all’impero in declino che oggi incendia il mondo pur di non cedere la propria egemonia unipolare.
La questione vera non è se il diritto internazionale sia vuoto – lo è, nella misura in cui non è sorretto da una forza che lo renda reale. La questione è: come si costruisce quella forza?
La risposta non può essere la multipolarità. Un equilibrio tra blocchi contrapposti – per quanto più stabile dell’unipolarità americana in crisi – rimane un equilibrio della paura: una Westfalia con più attori, una struttura che regge finché i vettori si equivalgono e cede non appena uno di essi acquista o perde peso. Questa non è pace ma guerra fredda permanente con eruzioni calde periodiche.
La risposta coerente con la premessa – quella che la logica hobbesiana spinge a formulare se la si segue fino in fondo – è il monopolio sovranazionale della forza legittima. Non una coalizione di volenterosi, non un consiglio di sicurezza dominato dai veti delle potenze, ma un’autorità effettivamente superiore agli stati: un’organizzazione delle nazioni che sia davvero sovrana, dotata di una forza militare propria, capace di imporre a tutti – senza eccezioni, senza doppi standard – il rispetto di un ordine che non sia il riflesso di nessun blocco imperiale.
Qui si apre l’obiezione ovvia, e bisogna nominarla invece di aggirarla: chi controlla questa forza comune? Come si impedisce che un Leviatano mondiale diventi semplicemente il nome nuovo dell’impero vincente?
La risposta non può essere solo istituzionale nel senso procedurale del termine. Richiede qualcosa di più difficile: la costruzione di un soggetto politico mondiale che non esiste ancora, di un’assemblea genuinamente rappresentativa dei popoli – non degli stati-potenza – capace di fondare la legittimità di quella forza in qualcosa di diverso dalla mera capacità coercitiva. Una costituzione planetaria, per usare un termine che suona utopico e che tuttavia è l’unico logicamente adeguato al problema.
È impossibile? Probabilmente sì, nell’immediato. L’impossibilità storica non è un argomento contro la necessità logica. E soprattutto: il fatto che qualcosa sia improbabile non significa che il movimento verso di esso sia privo di effetti reali. Ogni istituzione internazionale che abbia mai prodotto anche un solo spazio di resistenza all’arbitrio puro lo ha fatto non perché fosse neutrale – non lo era – ma perché le aspettative normative, una volta sedimentate, producono effetti. Sono conquiste parziali, incompiute, ricatturabili. Ma sono l’unica materia con cui si costruisce qualcosa di più solido.
Il sole di Austerlitz illumina un campo di battaglia. Non ci chiede di smettere di combattere: ci chiede di vedere con precisione per che cosa stiamo combattendo e perché. Smettere di invocare una legalità astratta che non ha forza non significa rassegnarsi al dominio del più forte. Significa lavorare – con lucidità, senza consolazioni retoriche – alla costruzione dell’unica alternativa che la logica stessa del problema indica: una forza comune, sovrana, sottratta al capriccio degli imperi, fondata su una legittimità che non sia quella della potenza bruta.
Un soggetto politico mondiale, tuttavia, non si decreta. Si costruisce – e si costruisce solo se i popoli smettono di delegare la propria volontà alle oligarchie che oggi li conducono alle guerre: quelle finanziarie che speculano sulla destabilizzazione, quelle militari-industriali che prosperano sul conflitto, quelle mediatiche che fabbricano il consenso al massacro. Finché la politica estera resta sequestrata da interessi che non coincidono con quelli di chi combatte e muore, ogni progetto di ordine mondiale non sarà che una nuova architettura del dominio. L’emancipazione da tutto ciò non è una precondizione utopica: è la sola via praticabile.
Fino ad allora, ogni appello alla pace rimarrà retorica. Il nostro compito, però non è smettere di parlare di pace: è costruire le condizioni in cui parlarne abbia finalmente senso.