Il fango di Pavia ha un odore particolare: sa di ferro, di terra smossa e di cavalli esausti. È in quel fango, grigio come il cielo di quel 24 febbraio 1525, che l’armatura azzurra e oro di Francesco I smise di brillare per diventare solo metallo pesante.
C’è qualcosa di filosoficamente osceno nella caduta di un re. Non nell’umiliazione – quella appartiene alla morale – ma nella visibilità improvvisa di un corpo regale sotto le insegne. Il sovrano medievale era anzitutto un sistema di segni: il giglio, il collare, il metallo lavorato che trasformava la carne in emblema. Quando quell’uomo cade nel fango, e il destriero gli crolla accanto come un enorme edificio che cede, ciò che si vede non è semplicemente una sconfitta militare. È il cortocircuito tra il corpo e il simbolo. Il re torna, per un istante, a essere soltanto un uomo intrappolato nell’acciaio.
Si avvicinano tre soldati: Juan de Urbieta, Diego de Ávila, e quel Zevallos – o Pita da Veiga, secondo altre versioni – la cui stirpe avrebbe un giorno innalzato palazzi a Napoli con il denaro e il prestigio guadagnato a partire da quel pomeriggio. Sono uomini fatti di cuoio e polvere da sparo, e non hanno mai visto un re da vicino. Scorgono le insegne, il collare dell’Ordine di San Michele. La distanza tra vedere un uomo e vedere una fortuna personale non è mai stata così breve.
Francesco, “Re Cristianissimo”, guarda dal fango quegli uomini senza nome e capisce, tra le urla della mischia, che il principio che lo aveva reso intoccabile non regge più il confronto con la logica del piombo. L’archibugiere non sa leggere le insegne. O peggio: sa leggerle benissimo, e le traduce in ducati.
Zevallos e i suoi strappano i guanti al re, tentano di prendere la spada. Francesco la nega – cerca con lo sguardo, istintivamente, un ufficiale di rango. Il gesto è straordinario nella sua involontaria rivelazione: anche nell’atto della resa, il re tenta di preservare la grammatica del suo mondo, quella per cui solo a un pari si cede la lama. Arriva Charles de Lannoy, Viceré di Napoli. Scende da cavallo. Si inginocchia nel fango davanti al prigioniero.
Lo scambio di spade che segue è l’ultima cerimonia di un rito morente. Lannoy consegna la propria al re, mentre riceve la sua: un baratto che rispetta la forma esattamente nel momento in cui la svuota di senso. La cavalleria sopravvive qui soltanto come coreografia – bella, precisa, e già spettrale. Si riconosce la fine di un’epoca proprio da questo: dalla perfezione formale con cui i suoi gesti vengono eseguiti nel momento del congedo.
C’è però un’altra figura in quel campo, e vale la pena nominarla: quella dell’archibugiere. Non Urbieta, non Lannoy – ma l’anonimo che ha abbattuto il destriero di Francesco, che ha sparato senza guardare negli occhi, senza il contatto fisico che la cavalleria richiedeva come prova di coraggio. La lancia, la spada, persino l’arco – imponevano una prossimità, un rischio simmetrico, una relazione. L’archibugio introduce nella guerra qualcosa di radicalmente diverso: la distanza come metodo, l’anonimato come condizione, la morte senza volto. È una rivoluzione nell’etica del corpo. Il coraggio medievale era misurabile – si vedeva, si narrava, si tramandava. Il coraggio dell’archibugiere, invece, è invisibile, intercambiabile, statistico. Quell’uomo poteva essere chiunque. Ed è esattamente per questo che tutto cambiò.
Francesco I si rialza appesantito dall’armatura e dalla sconfitta. Nei mesi successivi, in cambio della sua libertà, i suoi figli attraverseranno i Pirenei come ostaggi di calo V. La firma del Re Francese comparirà su trattati che disconoscerà appena libero, perché – dirà – una parola data sotto costrizione non può legare un sovrano. La storia del Cinquecento è anche la storia di questa dissociazione crescente tra il corpo del re e la sua parola: il primo si può catturare, l’altra resta inafferrabile, negoziabile, revocabile.
E poi c’è la lettera alla madre, Luisa di Savoia. La frase che le tradizioni hanno consegnato – Tout est perdu fors l’honneur — è probabilmente apocrifa, o almeno semplificata fino all’aforisma. La sua fortuna, tuttavia, dipende da ciò che nomina: l’ultima distinzione ancora possibile, l’ultima linea che separa la disfatta dalla dissoluzione. Tenerla in piedi, quella linea, quando tutto il resto è crollato – i cavalli, i vassalli, le bandiere – è forse l’unico gesto davvero sovrano di tutta la giornata.
Rimane però una domanda, e vale la pena non chiuderla. L’onore di cui Francesco parla è ancora l’onore medievale – la virtus del cavaliere, l’integrità della stirpe – o è già qualcosa di più moderno, più fragile: la narrativa che un uomo costruisce attorno alla propria sconfitta per renderla sopportabile?
Il fango di Pavia non risponde. Continua semplicemente a odorare di ferro, di terra smossa, di un mondo che si è girato verso nuove direzioni che. ancora oggi, non si sa dove porteranno.