Macroregione Sud, ritorno di un Gigante Mediterraneo

digiema
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La Macroregione Sud emerge nella contemporaneità come l’unica sintesi politica capace di trasformare la fragilità dei singoli territori meridionali in una coesione sistemica. In un’Europa che ragiona per grandi blocchi, l’isolamento delle regioni meridionali ha condotto allo spopolamento; l’aggregazione, invece, è il recupero di una missione storica. E se aggregazione non sarà o non potrà essere, almeno almeno si parli di cooperazione, di sinergie, cambio di paradigma per affrontare seriamente le sfide.
Peschiamo senza tanti affanni alle radici della vocazione unitaria. La storia del Mezzogiorno, in uso nei manuali di storia, è racconto di secolari esperimenti di sintesi, dalle poleis della Magna Grecia, laboratori di cultura universale, fino alla straordinaria architettura amministrativa dei Normanno-Svevi. Il Sud, quando si è fatto corpo, ha sempre funzionato come un sistema-mondo; quando si è fatto arto, sgabello, suddito – i vicere – ha subito la storia di altri e si è sottodimensionato fino a farsi miseria, degrado, abbandono. Federico II e Manfredi non vedevano confini tra la Puglia e la Sicilia, ma baricentro imperiale proiettato verso il Mediterraneo.
Tale visione unitaria proseguì con Alfonso V d’Aragona, che fece di Napoli il fulcro di un impero marittimo, e si consolidò con i Borbone, sotto i quali il Regno divenne un interlocutore sovrano, dotato di infrastrutture e primati industriali. La storia, dunque, legittima il presente. Il Sud è sempre stato Macroregione prima ancora che il termine venisse coniato da altri e ora da noi stessi, specialmente con il convegno del 21 marzo scorso a Rionero in Vulture.
Il passaggio cruciale avviene tra la fine del 1800 e i primi decenni del 1900, quando intellettuali del calibro di Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti compresero che il dualismo italiano era un fatto empirico, ma nel contempo storico una sfida di sviluppo industriale e infrastrutturale. Giustino Fortunato traccia una diagnosi, lo sfasciume geografico; Francesco Saverio Nitti la modernizzazione tecnica e le risorse idroelettriche.
Oggi, quella lezione si evolve. La cooperazione non è più solo una necessità economica, ma una struttura per risolvere. Da soli, i territori meridionali sono esposti alle correnti della marginalità; uniti, possono sprigionare potenzialità finora inespresse capaci di parlare a muso duro con Roma e con Bruxelles.
Macroregione Sud può porsi come terminale logistico, energetico e culturale del Mediterraneo. E il Piano Mattei lo facilita. Le condizioni di apertura strategica consentono all’Italia meridionale di ridiventare cuore delle nuove rotte commerciali e geopolitiche.
Abbiamo una missione da compiere. Contrastare lo spopolamento significa offrire una visione, che chiamiamo pure coesione sistemica dove le eccellenze di ogni regione si fondano in un’unica voce. Il Sud reclama il suo ruolo di soluzione. Ma non aspettiamo regali, assistenza e frattaglie di questo genere. Chiediamo ai governatori del Sud di vedersi con regolarità, di cooperare, di progettare insieme, di programmare il presente ed il futuro nei vari settori dell’economia e della cultura. La cooperazione come infrastruttura, cioè una nuova visione politica. A Rionero abbiamo lanciato il Federicus, un sistema di alta formazione e mobilità interregionale che superi il modello Erasmus per ambizione e risorse. L’Erasmus ha condotto all’estero, il Federicus esalta le eccellenze della Macroregione Sud.

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