Il corto circuito tra politica, fede e giustizia ormai è globale.
E se in Italia il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, richiama alla misura, dall’altra parte dell’Atlantico Donald Trump e il suo vice, J.D. Vance, alzano i toni, fino a trasformare il dissenso in uno scontro frontale persino con il Vaticano e contro la più alta autorità morale dell’Occidente, guida spirituale di oltre un miliardo di fedeli.
Chi tende a stigmatizzare l’aspetto della follia nell’azione del leader della più grande potenza mondiale coglie sicuramente un elemento di indiscutibile verità.
Tuttavia distoglie l’attenzione dalla necessità di operare un’analisi che scenda più in profondità, dove il tema del potere, e dei suoi limiti, diventa centrale.
Trump continua a interpretarlo come autoaffermazione permanente: il leader che coincide con la verità, il governo che non deve incontrare ostacoli, i contrappesi ridotti a fastidio burocratico.
Non è solo questione di stile e di carattere: si tratta di una visione che preoccupa e che non trova un contrappeso negli anticorpi della democrazia, che è nata proprio per limitare gli abusi del potere, evitando che si trasformi in tirannia.
Quando, poi, questa visione si traduce in politica estera, come nel dossier Iran, ogni critica viene letta come sabotaggio.
Lo si è visto chiaramente nello scontro con Papa Leone XIV.
Il Pontefice ha ribadito la linea classica della diplomazia vaticana: no alla logica della forza, sì alla responsabilità e alla ricerca di soluzioni che allontanino la minaccia nucleare, ma attraverso il dialogo. Una posizione che entra in tensione con chi rivendica la necessità di fermezza, anche militare, per impedire all’Iran di dotarsi dell’atomica.
Ne’ deve essere sottovalutata la linea di pensiero di Vance, che risulta essere sicuramente un leader più lucido di Trump nel portare avanti le teorie del populismo conservatorista “MAGA” e nel difendere l’azione americana. Vance appare deciso e cinico nel respingere le critiche del Papa, nonostante si autoproclami un fervente cattolico, arrivando a suggerire che il Vaticano dovrebbe “attenersi alle questioni morali” e non intralciare la politica estera degli Stati Uniti.
Il sottotesto è chiaro: la morale da una parte, il potere dall’altra.
Ma è proprio questa separazione che Leone XIV contesta, ribadendo un principio semplice e radicale: il potere non è un fine in sé, non è auto-legittimazione, non è narrazione di forza. È, o dovrebbe essere, ordinato al bene comune: due concezioni inconciliabili.
Vance arriva a giustificare l’uso della forza, richiamando la storia americana (“Dio dalla parte dei vincitori”), per rispondere alle critiche morali del Pontefice.
Il Papa, al contrario, insiste che Dio non sta con i prepotenti e che la guerra lacera prima di tutto la dignità umana.
E qui si inserisce una questione, che spesso ha attraversato i rapporti
tra la Chiesa ed il potere illegale.
La frase che scolpisce questo rapporto è “Non interferite”, che dà anche il titolo all’ultimo libro di don Marcello Cozzi, un coraggioso prete lucano, da anni impegnato nel contrasto alla mafia ed alla corruzione.
“Non interferite” è l’intimidazione, diretta ad imporre il silenzio alla Chiesa, per evitare che la voce dei sacerdoti impegnati nel sociale – non solo quelli più noti, come don Pino Puglisi e don Peppino Diana, uccisi per mano del potere mafioso – si levasse per difendere le vittime delle prepotenze mafiose, smascherando
il potere criminale.
Ebbene, quando alla Chiesa si chiede di non interferire, quando si pretende che il Vangelo resti confinato in sacrestia, il potere sta già tracciando una linea pericolosa.
Lo denunciava con parole chiarissime Oscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno, ucciso nel 1980: ai sacerdoti veniva chiesto di non immischiarsi, di non disturbare. Ma per Romero il Vangelo, se preso sul serio, non poteva che diventare un intralcio per ogni potere ingiusto.
È lo stesso schema che ritorna oggi, con altri protagonisti e altri scenari.
Il discorso è molto più ampio e, mutatis mutandis, torna d’attualità anche con riferimento ai rapporti tra politica e magistratura.
Quando chi governa smette di riconoscere limiti, si perde l’equilibrio, che è una cifra importante del principio sacrosanto della divisione dei poteri. E senza equilibrio, i confini diventano terreno di scontro.
La logica appare la stessa ed assume la forma della polemica contro i giudici.
Quando i magistrati, esercitando la funzione di controllo istituzionale che loro compete, toccano gli interessi di chi esercita il potere, vengono accusati di ostacolarne l’azione, cioè di “interferire” e di svolgere una funzione di “supplenza” della politica.
L’attacco compiuto da Trump e Vance nei confronti del Papa si muove nella logica dell’affermazione del predominio assoluto ed illimitato del potere politico, laddove viene accusato di ostacolare l’azione americana contro l’Iran e la sua corsa nucleare.
Il punto è che i limiti non sono un incidente di percorso: sono parte integrante del sistema.
Quando Vance invita il Pontefice a non interferire, sta dicendo che la politica deve essere autonoma dalla morale.
E quando il Papa risponde che il potere è ordinato al bene comune, sta affermando un altro principio: senza un fine etico, il potere diventa arbitrio.
E quando i sacerdoti ricordano che il silenzio davanti all’ingiustizia è complicità, quel “non interferite” assume il suo vero significato: non disturbate il potere.
E qui vanno ricordate le parole di Mattarella, quando, nel suo discorso sui limiti al potere, richiama l’importanza dell’autoironia, ricordando una verità ancora più scomoda: il potere che si prende troppo sul serio finisce sempre per oltrepassare i propri confini.
Il rischio, allora, non è solo lo scontro tra governi e giudici, o tra Stati e Chiesa. È qualcosa di più profondo: la progressiva erosione dell’idea stessa di limite, CHE IN DEMOCRAZIA SIGNIFICA INNANZITUTTO RISPETTARE I DIRITTI FONDAMENTALI DELLA PERSONA, CHE HANNO CARATTERE UNIVERSALE.
Senza limite, il potere non governa, domina.
Ed il rischio è che la pretesa legittima di esercitare il potere e di soddisfare le aspettative del popolo che si governa, possa degenerare in prepotenza ed abuso del potere.
MA COSI’ FACENDO, IL PASSO VERSO LA PERSECUZIONE DEL DIVERSO, LA GUERRA, IL GENOCIDIO E LA DISTRUZIONE TOTALE DEL NEMICO PUO’ DIVENTARE SEMPRE PIÙ BREVE, IN una corsa senza fine, dove il termine ultimo probabilmente sarà l’auto-distruzione.
*Dal Fatto Quotidiano online del 17 aprile