2 Giugno, Oltre la storia: la Repubblica sia casa comune di solidarietà senza discriminazioni

digiema
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Il 2 giugno del 1946 l’Italia si svegliò divisa. Il Nord e il Centro videro nella Repubblica il riscatto dalla dittatura fascista e dalle macerie; il Sud e le Isole cercarono nella Monarchia una zattera di stabilità e una diga contro lo spettro del comunismo. In quel momento drammatico —mentre gli istriani vivevano l’esclusione forzata dal voto e gli ex aderenti alla Repubblica di Salò consumavano nell’urna vendette personali o calcoli geopolitici— l’Italia compiva il suo miracolo più grande: sceglieva la democrazia senza sprofondare in una nuova guerra civile.

A ottant’anni da quel voto spartiacque, la Festa della Repubblica non può ridursi a un semplice esercizio di memoria o alla rievocazione nostalgica di vecchi rancori. Lo scenario politico richiede di consacrare questa ricorrenza in nome della coesione sociale , bandendo odi e divisioni che non hanno più ragion d’essere.

Dobbiamo maturare la consapevolezza che la Carta Costituzionale appartiene a tutti. Come argomentato dal giornalista Antonio Polito nel saggio “La Costituzione non è di Sinistra ”, è urgente ricostruire un ethos pubblico condiviso , sottraendo la legge fondamentale dello Stato a logiche di appropriazione parziali.

La politica italiana continua purtroppo a nutrirsi dei cascami ideologici del Novecento. Ma la realtà storica ci dice che i due grandi totalitarismi che hanno insanguinato il secolo scorso —il fascismo e il comunismo— sono stati sconfitti e sepolti definitivamente: il primo tra le macerie della Seconda Guerra Mondiale, il secondo sotto il peso dei suoi fallimenti economici e totalitari, decretato dal crollo dei regimi dell’Est. Continuare a evocare questi spettri per fini di propaganda, o per tracciare linee strumentali tra “buoni” e “cattivi”, è un’operazione anacronistica, come spiega Giampaolo Pansa nel saggio “Il sangue dei vinti” .

Già nel giugno del 1946, Palmiro Togliatti comprese che un’Italia arroccata sul rancore non sarebbe mai ripartita. L’omonima amnistia rispondeva a un’esigenza vitale: garantire la continuità dello Stato e avviare la pacificazione nazionale. Se perfino chi era uscito lacerato dalla guerra civile comprese la necessità di abbassare le armi del risentimento, a maggior ragione oggi quella lezione deve tradursi in maturità democratica.

La Repubblica è nata per essere lo spazio comune in cui la diversità si fa ricchezza. La Costituzione, elaborata da Padri Costituenti portatori di culture distanti —cattolica, laica, socialista, liberale, comunista, conservatrice— ha saputo convergere su un’unica idea di cittadino. Abbandonare le vecchie categorie del Novecento non significa cadere nel relativismo, ma comprendere che le sfide odierne richiedono una comunità nazionale coesa , non una tifoseria perennemente schierata su spalti contrapposti.

Costruire consensi in nome dell’anticomunismo o dell’antifascismo di maniera è sintomo di una pochezza disarmante, che delinea un ceto politico autoreferenziale e incapace di farsi carico dei bisogni concreti della Nazione. La politica deve confinare i cultori dell’odio e i fomentatori di disordini ai margini della vita pubblica.

L’ottantesimo anniversario della Repubblica sia la festa di tutti: il momento in cui la memoria si libera del veleno del risentimento e si trasforma in orgoglio civile , riconoscendo nel Tricolore il tetto della casa comune.

Affidiamo i morti alla storia e consegniamo i vivi al futuro.

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