Il Sud è stato sempre terra di conquiste. Chiunque vi sia sceso non è mai tornato a casa a mani
vuote. Ovviamente, non tutti, se si pensa, negli ultimi due secoli, ai fratelli Bandiera o a Carlo
Pisacane, allo stesso Garibaldi, senza dimenticare i viaggiatori e gli studiosi che ne hanno descritto
culture, bellezze paesaggistiche e aberrazioni socio-economiche. Gli altri sono arrivati nel Mezzogiorno d’Italia per spirito di avventura, per avere un regno da governare, delle risorse da sfruttare, tanto da lasciarlo poi nella miseria più diffusa e disperante e alla mercé dei ceti dominanti. Senza dimenticare la miopia della politica nazionale e gli approfittatori di turno che, tra la fine del XIX sec. e buona parte del XX, prima lo hanno svuotato delle forze più giovani con le grandi
migrazioni verso le Americhe, l’Europa e il nord Italia e deprivato, poi, delle risorse destinate al suo sviluppo economico. Non sono mancati – ça va sans dire! – neppure trafficanti, reparti speciali ed esperti d’arte antica nelle truppe napoleoniche e naziste che hanno fatto incetta di dipinti, statue, monili e altri reperti che oggi stanno in bella mostra in molti musei del Nord-Europa. Qualcosa è accaduta anche nella repressione del Brigantaggio post-unitario, allorquando a
combattere contro i briganti, oltre all’esercito italiano, con alcuni reggimenti di lancieri, bersaglieri,
fanti e granatieri, c’erano le milizie locali e la Legione Ungherese(1859-1867). “Arditissimi e valorosi soldati – i magiari – che non erano migliori dei “piemontesi” perché dopo le loro prodezze contro i briganti si davano al saccheggio e alla razzia.
Ma andiamo ai fatti.
Anni fa, visitando il museo delle Belle Arti (Szépművészeti Muzeum) di Budapest, ho avuto modo di soffermarmi, non per caso, davanti a una teca, la n.8 della sezione Greco-Romana di arte antica, contenente reperti archeologici provenienti da uno scavo effettuato, nel 1861, a Rionero in Vulture(Pz). Come riporta la targa esplicativa che li presenta ai visitatori con la citazione dell’autore\direttore dello scavo, tenente Mattyus Izidor, di stanza in quel comune della Basilicata. Da indagini successive, è emerso che il tenente ha portato a compimento l’operazione in un paio di
settimane, al massimo tre, essendo arrivato a Rionero il 12 ottobre 1861, al seguito del gen. Della Chiesa, e ripartito alla fine del mese, trovandosi già a Potenza il 1° novembre. È pur vero che, secondo il Pani Rossi, sottoprefetto a Melfi, a Rionero bastava un colpo di zappa per trovare reperti, ma sarà stato solo fortunato Izidor per il loro ritrovamento o è arrivato a Rionero solo per entrarne in
possesso, non certamente e non solo per combattere contro i briganti? In sostanza, una volta sul posto, ha rapidamente trovato i 23(tanti ne contiene la teca) reperti, cosa più unica che rara nella storia dell’archeologia mondiale, li ha imballati, con altri, forse non di Rionero, come scrive in una lettera al padre, nella quale ne indica il numero, una trentina, ma non il luogo di scavo né le modalità di trasporto verso un porto d’imbarco -Napoli, Salerno? – con destinazione Budapest.
Che l’ufficiale ungherese sia riuscito, in poco tempo, a portare a termine l’impresa appena descritta, è piuttosto improbabile, ed è più facile pensare che abbia utilizzato una procedura molto più pratica, più riservata e meno faticosa, per entrare in possesso dei reperti. E cioè che invece di scavarli li abbia trovati, già belli e pronti, se vi ha preso parte, durante una perlustrazione, abbandonati dai briganti per precipitosa fuga, in qualche grotta nelle campagne o tra le forre del Vulture, o già in possesso di soldati ungheresi al suo comando. E se li avesse requisiti o avuti in dono o comprati da qualche borghese del luogo? Senza scartare l’ipotesi che abbia agito per ordini superiori, e più
precisamente di qualche ufficiale di alto grado della Legione Ungherese o dell’esercito italiano,
appassionato di arte antica e smanioso di arricchire la sua collezione di reperti di epoca magno-greca. Qui si sono fermate le prime supposizioni, scartandole di volta in volta, perché non si
trovavano conferme, leggendo dispacci militari, qualche lettera e argomentazioni di esperti del
settore. Insomma, il tenente, alla fin fine, avrà agito su commissione di qualcuno. Ma di chi? Di sé stesso, – se no, di chi? – se si prende in considerazione anche lo status sociale della famiglia di origine, benestante, ben inserita nella società locale e il capostipite con un impiego a corte. Tanto più che Izidor dopo aver dismesso la divisa sarà eletto al Parlamento ungherese. Al contrario, non avrebbe certamente spedito i reperti, senza darne conto, al suo indirizzo di Budapest, per arricchire le già varie collezioni di famiglia, nella cui casa sono rimasti fino al 1975, anno in cui un nipote, suo erede, li vendette, già restaurati(?), al museo.
Che poi i reperti siano stati catalogati come di Rionero, non si è lontani dal vero, anche se forse solo il Museo di Budapest, in base a eventuali documenti lì conservati, può confermarne il luogo di provenienza e la cronistoria. Intanto c’è da dire che il territorio del comune vulturino, per quanto poco esteso(Kmq 53,19), è tuttavia ricco di aree archeologiche, in cui si effettuano ancor oggi scavi, fra i ruderi della badia di Sant’Ippolito a Monticchio. Dalle contrade di Santa Maria de Luco, Paduli,
Casone del Cupero, Vallo della Creta, intorno a Monticchio, e Serro di San Francesco, Schiavoni e Torre degli Embrici, a sud del centro urbano, nel tempo, sono venuti alla luce numerosi ritrovamenti di vasellame, erme, statuette votive, armi, monete, resti di necropoli e di accampamenti militari datati dal VI al I sec. a.C. L’archeologo Janos Szilàgyi, che ha catalogato i reperti per conto del Museo delle Belle Arti, sulle base delle sue indagini, ne ha collocato lo scavo intorno a Rionero o nella foresta di Monticchio e, comunque, in un raggio di una quindicina di km in cui ricadono altri comuni della zona. Ne ha pure stabilito il numero che varia dai più di 30 indicati dal Mattyus nella lettera al padre Mepomuk Janos,
ai 27 che sono esposti a Budapest, anche se 4 di questi, secondo il prof De Puma, dell’Università dello Iowa(Usa), sarebbero i Quattro pregevoli Vasi di Paestum, comunque collocati in un’altra teca. Lo Szilàgyi ritenne che i reperti di Rionero fossero databili fra il IV e il III secolo a.C.e provenissero da un unico deposito votivo di un santuario locale, nonostante la loro diversa manifattura, ad opera
di artigiani e ceramisti di Paestum, Taranto e Metaponto, oltre che sanniti e pugliesi. Per la loro
diversa fattura, l’esperto studioso ne giustifica la presenza a sud-est di Rionero, nella contrada di
Torre degli Embrici, allora pagus di Venosa, perché al centro di uno snodo viario di notevole
importanza commerciale che collegava fra loro le coste ioniche, tirreniche e adriatiche del mar
Mediterraneo. Sarà questa la vera e definitiva storia dei reperti di Rionero? Rimarrà un enigma o ci sarà qualcuno in grado di scioglierlo? A difesa del tenente Mattyus Izidor, va però il merito, non di poco conto, che trasferendo a Budapest
l’intero lotto dei reperti, ne ha consentito, fino a oggi, l’integrità numerica iniziale. È facile intuire
cosa sarebbe accaduto se a impadronirsene fossero stati tombaroli o improvvisati mercanti d’arte, in un periodo in cui non c’era sufficiente attenzione ai beni culturali di varia natura.
L’enigma dei reperti archeologici di Rionero. Dalle contrade del Brigantaggio post-unitario a Budapest di Donato Sicuro