L’attacco congiunto da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non è soltanto un’operazione militare, ma la formalizzazione di un nuovo ordine decisionale. Da mesi era evidente che Washington non si sentisse più vincolata alle regole economiche multilaterali: dazi introdotti e rimodulati unilateralmente, uso estensivo delle sanzioni, ridefinizione selettiva delle alleanze. Ora il salto riguarda anche il piano militare.
Per annientare il regime degli ayatollah, la Casa Bianca ha aggirato le istituzioni internazionali e marginalizzato il Congresso. La legittimità, secondo Donald Trump, non è più ancorata al quadro multilaterale, ma alla valutazione discrezionale della ‘condotta’ degli Stati coinvolti. È un passaggio di sistema: da regole condivise a decisioni unilaterali. L’Europa appare strutturalmente esposta. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, il petrolio ha superato i 120 dollari al barile, mentre gli operatori hanno iniziato a prezzare il rischio di un conflitto prolungato nel Golfo. Non c’è da sorprendersi: da quel passaggio transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga del gas naturale liquefatto. Il G7 valuta il rilascio di riserve strategiche, mentre Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti cercano di attivare rotte energetiche alternative.
Per l’area euro, dove l’inflazione è rientrata sotto al 2%, un nuovo shock energetico rischia di riaprire pressioni sui prezzi e comprimere ulteriormente una crescita già fragile. Per parte sua, l’Italia, con un’industria che pesa ancora in modo rilevante sul PIL e un surplus commerciale superiore ai 50 miliardi, è particolarmente sensibile ai costi energetici e alla volatilità delle materie prime. Ogni aumento strutturale del prezzo dell’energia si traduce in perdita di competitività manifatturiera. Il problema non è congiunturale, ma strutturale. L’Ue ha costruito la propria legittimazione sulla regolazione e sull’integrazione commerciale, strumenti adatti a un ordine multilaterale stabile. In un contesto di competizione tra potenze, tuttavia, queste leve non bastano. Senza una base energetica sicura, senza coordinamento nella difesa e senza un mercato dei capitali realmente integrato, l’Europa non dispone dei mezzi necessari per sostenere investimenti strategici di lungo periodo. Le conseguenze sono innanzitutto economiche. La frammentazione della spesa militare e industriale riduce le economie di scala, aumenta il costo del capitale e limita la capacità di innovazione. Se ogni Stato procede autonomamente, gli squilibri interni si ampliano e la competitività complessiva si indebolisce. In un mondo dominato dall’hard power, la dispersione delle risorse equivale a perdita di rilevanza.
Conflitto in Iran: gli USA e il ritorno della forza. L’UE davanti al suo limite