Geopolitica e debito, l’economia non ferma le guerre. Intervista ad Antonino Galloni a cura di Pasquale Tucciariello

digiema
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Mentre le grandi potenze sembrano scivolare verso un tacito accordo di equilibrio, il resto del mondo brucia in conflitti regionali atavici. Secondo l’economista Antonino Galloni, la radice del problema non è solo politica, ma risiede in un modello economico basato sul debito e su una distribuzione della ricchezza che ignora i bisogni immateriali. Lo abbiamo intervistato per capire come uscire da questa impasse globale.

Professore, lei descrive un mondo a due velocità: stabilità tra superpotenze e caos nelle regioni periferiche. Cosa impedisce la risoluzione dei conflitti locali?

Il quadro muta radicalmente quando si scende dal livello delle superpotenze a quello regionale. Le radici dei conflitti attuali sono così profonde che le strategie delle grandi nazioni non bastano a mitigarle. Manca una regia mondiale capace di andare oltre la logica delle munizioni. La speranza risiede nel fattore tempo e in un protagonismo nuovo delle giovani generazioni e, soprattutto, dell’elemento femminile, libero dagli errori storici maschili. Tuttavia, il vero ostacolo è il modello di formazione della ricchezza: i paesi poveri non producono abbastanza, quelli ricchi producono troppo senza una direzione etica, e la Politica non riesce a orientare le aspirazioni di chi sta nel mezzo.

In un suo recentissimo saggio lei afferma che il capitalismo attuale non è più in grado di garantire il benessere sociale. Del resto, il tema lo aveva già ampiamente evidenziato nel suo ultimo libro di alcuni mesi fa, “Il superamento del capitalismo”. Perché?

La redditività degli investimenti oggi non copre più i costi nella stragrande maggioranza dei casi, e in Italia riguarda, in base ai dati ufficiali dell’Istat e dell’Agenzia delle Entrate, quasi il 95% delle imprese. Inoltre, il 70% delle produzioni immateriali — sanità, istruzione, tutela dell’ambiente e dei beni artistici — non è approntabile alle logiche di mercato. Questo crea una frattura sociale dove solo il 15% dei benestanti può pagare i servizi e un altro 15% accede all’assistenza pubblica, lasciando il resto della popolazione in un limbo di disagio. Abbiamo inseguito l’utilità individuale, convinti che generasse benessere collettivo, ma la Storia ha dimostrato che questo approccio produce solo ingiustizie da difendere con la forza.

Qual è la via d’uscita tecnica per scardinare la dittatura del debito?

Dobbiamo tornare all’origine del problema, quando la moneta è diventata merce e simulacro di ricchezza anziché semplice unità di misura. Oggi il debito domina perché è diventato la condizione necessaria per esistere sul mercato. L’idea di Keynes a Bretton Woods era diversa: una moneta che permettesse ai paesi in via di sviluppo di sostenere i disavanzi per industrializzarsi e diventare liberi. Gli USA bocciarono quel piano per dominare il mondo da creditori. Sganciare il valore dal debito è il passo fondamentale per risolvere i problemi locali e nazionali. Solo così la saldatura con le superpotenze potrà favorire quella crescita delle coscienze necessaria a superare i conflitti che insanguinano il pianeta.

In concreto, Professore, qual è la terapia per riattivare i territori?

Dobbiamo invertire la rotta. Dobbiamo rimettere al centro il lavoro reale e le produzioni territoriali, sottraendoli alla speculazione finanziaria. La vera sovranità nasce dalla capacità di un territorio di rispondere ai propri bisogni primari e immateriali. Bisogna incentivare un ritorno alle filiere locali che valorizzino le competenze artigianali, di tecniche naturali e l’agricoltura specifica di ogni area. Solo ricostruendo un tessuto produttivo radicato, che non dipenda esclusivamente da logiche estrattive globali, potremo generare una ricchezza che resti alle comunità. La moneta deve tornare a essere uno strumento al servizio della produzione e dello scambio locale, non un cappio che soffoca l’iniziativa. È questa la sfida. Dobbiamo riappropriarci della capacità del fare, per tornare ad essere padroni del nostro destino economico e politico.

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